Il Sindacato superi la difesa settoriale dei lavoratori e passi ad una strategia globale
di Luisa Felici*
Il ruolo delle rappresentanze dei dipendenti nei periodi di crisi

Negli ultimi mesi tante notizie economiche, e conseguentemente politiche, si sono accavallate rendendo alquanto oscuro il futuro dei dipendenti pubblici. La crisi economica mondiale, che ha conseguenze particolarmente pesanti in Italia visto l’elevato debito pubblico, sembra avere come soluzione principale quella di colpire con tutti i mezzi il pubblico impiego.
I provvedimenti che si sono susseguiti hanno portato a queste conseguenze:
• blocco delle assunzioni;
• blocco degli stipendi fino al 2014; anche in seguito non sembrano esserci molti spiragli, vista la possibilità di ritardare la contrattazione con la sola concessione della indennità di vacanza contrattuale;
• blocco della retribuzione accessoria;
• innalzamento dell’età pensionabile: in un primo tempo questa aveva colpito solo le donne del pubblico impiego portandola da 60 a 65 anni, ora già siamo a 67 anni per tutti, vedremo il futuro cosa ci riserverà;
• già si parla della possibilità di licenziamento per il pubblico impiego: cade così anche l’ultima garanzia che in qualche modo giustificava i bassi salari rispetto ad altri contratti vigenti nel settore privato;
• si parla anche della revisione della pensione di anzianità, non sarà più sufficiente quindi aver maturato 40 anni di contributi per avere il diritto alla pensione, si dovrà avere comunque un’età minima.
Sono sicura che se la proposta andrà avanti si comincerà proprio dal pubblico impiego. Guardandomi intorno vedo però molte cose stridenti rispetto a questa aria di austerità.
Non parlo volutamente della cosiddetta “casta” dove gli sprechi son infiniti così come lo sono anche i privilegi, ma mi limito ad esaminare il settore del lavoro dipendente.
Ci sono dipendenti che, pur essendo inquadrati con contratti del settore privato, gravano completamente sui bilanci pubblici (per quanto riguarda il sistema camerale penso alle tante aziende speciali, unioni regionali, enti vari, la stessa Unioncamere), ma non subiscono le limitazioni previste per i dipendenti pubblici.
Ci sono colleghi di età inferiore ai 60 anni che sono appena andati in pensione, o ci andranno nei prossimi mesi, con un assegno mensile uguale all’ultima mensilità goduta, visto che la loro pensione viene calcolata integralmente con il sistema retributivo.

Ci sono persone che da anni godono di pensioni “baby”, prese anche prima dei 50 anni, che percepiscono un assegno mensile più alto di quello che percepirà chi andrà in pensione a 67 anni, visto che con i calcoli attuali si parla di un assegno pari a circa la metà dell’ultimo stipendio goduto.
Sinceramente considerando tutto ciò, e vedendo l’immagine che si vuole dare del dipendente pubblico come la causa di tutti i mali italiani, sono pervasa da un profondo stato di frustrazione e mi chiedo quale sia la mia colpa: è quella di aver studiato, di aver vinto un concorso e di aver finora lavorato con coscienza e senso di responsabilità?
Perché i dipendenti di Unioncamere e delle aziende speciali non devono sentirsi così?
Perché i dipendenti delle banche non si devono sentire così, visto che la crisi mondiale è stata generata proprio dal sistema bancario?
Perché a loro non è stato bloccato lo stipendio?
Perché possono addirittura andare in pensionamento anticipato in seguito a degli accordi presi in fase di ristrutturazione aziendale?
Ho letto infatti di recente che il Gruppo Intesa Sanpaolo sta portando avanti un piano di ristrutturazione che comporta migliaia di esuberi. Per evitare licenziamenti, alcune migliaia di persone verranno collocate in pensionamento anticipato, continuando a percepire lo stipendio fino alla maturazione dell’età pensionabile.
Visti tutti i fondi che lo Stato già ha destinato alla ripatrimonializzazione delle banche, e probabilmente ancora destinerà in futuro, si arriva al paradosso che lo Stato utilizza le tasse, pagate sicuramente in modo integrale dai dipendenti pubblici, per permettere ad alcuni dipendenti privati di andare in pensionamento anticipato: le tasse di chi andrà in pensione a 67 anni e oltre.
Certo e che se i sacrifici non vengono condivisi, se non si mira ad allargare quanto piu possibile la base su cui applicarli, questi graveranno in maniera molto pesante su quei pochi che li subiranno.
Al momento attuale i sacrifici piu pesanti sono richiesti ai pubblici dipendenti con un’eta inferiore ai 45- 50 anni, infatti e su questi che grava maggiormente il peso delle varie riforme del sistema previdenziale: il passaggio dal retributivo al contributivo prima e lfinnalzamento dellfeta pensionabile ora sono riforme che non hanno colpito da subito su tutti i dipendenti, ma gli effetti sono strati dilazionati nel tempo, con lfeffetto che a pagare sono e saranno sempre i soliti.
A mio avviso questo e responsabilita anche dei sindacati: nel sedere ai tavoli di contrattazione manca una visione d’insieme.
Non si possono difendere ad oltranza i diritti di singole categorie di lavoratori cercando di rimandare nel tempo le riforme necessarie o di scaricarle su altri.
Fino a poche settimane fa si sentivano dichiarazioni provenienti da tutte le sigle sindacali volte a difendere il diritto delle donne ad andare in pensione a 60 anni, quando gia per le dipendenti pubbliche ormai l’eta era stata innalzata a 65 anni; anche il Ministro del Lavoro sosteneva che le donne del settore privato andavano difese in quanto soggette a condizioni lavorative meno tutelate e meno garantite.
Mi sento di dissentire da queste affermazioni: il lavoro privato non e tutto uguale, cosa hanno di meno garantito rispetto a me le donne che lavorano ad Unioncamere, ad Infocamere, nelle banche, nelle associazioni di categoria?
Ora si sentono dichiarazioni di membri del Governo (Min. Gelmini a Ballaro nella puntata del 25 ottobre u.s.) volte a difendere la pensione di anzianita per i dipendenti privati con 40 anni di contributi senza la fissazione di una soglia minima di eta’, adducendo il fatto che questi dipendenti hanno sottoscritto un contratto con lo Stato.
Vorrei ricordare che tutti abbiamo sottoscritto un contratto con lo Stato, anzi…
Queste constatazioni portano come conseguenza a chiedermi perche rimanere iscritta ancora ad un sindacato, visto che faccio parte di quella categoria che piu di altre e chiamata a pagare per debiti non propri.
Parlo di debiti non propri in quanto il debito pubblico italiano e cresciuto esponenzialmente fino a meta degli anni 90, anni in cui la mia generazione aveva appena iniziato a lavorare.
Ma chi ha usufruito dello spreco di risorse pubbliche non e chiamato a partecipare al risanamento, o e chiamato solo in parte. Ci troviamo in una situazione in cui i debiti dei padri sono pagati dai fratelli minori o dai figli.
Chiudo quindi con un’ esortazione rivolta a tutti i rappresentanti sindacali: non perdete la visione d’insieme, contrastate quella che e la tendenza a dividere (privati dai pubblici, chi e prossimo alla pensione da chi non lo e, stabili dai precari, ) cercando non di difendere di volta in volta i diritti della singola categoria, ma proponendo delle soluzioni globali, perche solo se i sacrifici ricadranno su tutti in ugual misura questi produrranno gli effetti voluti e saranno sopportabili.
*Camera di Commercio di Perugia
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