
L’intervento del segretario generale aggiunto della
Federazione Nazionale della Stampa Italiana
“Per gli addetti stampa
nella PA urgono
flessibilità e stabilizzazione”

**Segretario generale
aggiunto della Federazione Nazionale
della Stampa Italiana
Voglio innanzitutto ringraziare gli organizzatori per
l’invito rivolto alla Federazione della Stampa Italiana
a prendere parte a questo convegno e a prendervi la
parola. Un ringraziamento voglio rivolgerlo in
particolare all’amico Guido Vacca. Colgo l’occasione per
esprimere la solidarietà di una intera categoria ai
lavoratori del pubblico impiego, perché leggo che si
arriva a conclusione di una lunga vicenda contrattuale
durata sedici mesi e, peraltro, una conclusione messa in
discussione sussistendo molte perplessità su cosa
effettivamente si sia concordato. Voglio portare la
solidarietà di una categoria - anche se del settore
privato - che da 26 mesi attende l’apertura del
confronto contrattuale. Non la conclusione ma l’apertura
del confronto. Non riusciamo nemmeno a sederci al
tavolo, non per nostra indisponibilità: in quanto siamo
favorevoli a discutere qualsiasi cosa si voglia
discutere al tavolo. Più di questo atteggiamento non
credo sia possibile chiedere ad una parte per avviare
una trattativa. Intendo anche sottolineare che per la
parte pubblica siamo parte contrattuale sulla base di
una legge prima e di una sentenza dopo: la magistratura
del lavoro di Roma ha stabilito che noi siamo titolati e
del resto lo diceva la legge 150 del 2000. Possiamo
retrodatare al 2000 la nostra vicenda contrattuale nel
settore pubblico: siamo titolati come sindacato dei
giornalisti a discutere del profilo professionale di un
dipendente pubblico che è quello di addetto stampa.
Quindi se nel privato sono 26 mesi di attesa, nel
pubblico sono ben sette anni di attesa.
Ecco perché sentiamo particolarmente il problema che
poneva chi rappresentava l’Unioncamere a proposito del
fatto che facciamo i contratti guardando all’indietro.
Figuriamoci noi del settore privato che andiamo a
discutere cose che dovevano essere risolte 26 mesi fa e
non abbiamo mica disdetto il contratto all’ultimo
minuto!
Lo abbiamo fatto con grande anticipo perché volevamo
arrivare alla scadenza del contratto avendo il nuovo
praticamente pronto.
La FNSI è, nonostante questi tempi lunghi, un sindacato
diciamo neofita, appena arrivato nel settore della
pubblica amministrazione e non nasconde che, se pure la
nostra disponibilità a comprendere i vostri processi
negoziali è totale, il nostro sforzo e il nostro impegno
lo è ancora di più, soprattutto nell’attrezzare i nostri
quadri sindacali. Va detto anche che, per la verità, in
una serie di regioni siamo anche arrivati ai contratti
di secondo livello, ai contratti aziendali per gli
addetti stampa: dico “aziendali” perché la nostra
provenienza privata si sente.
Una esperienza l’abbiamo fatta anche se le Regioni, con
la potestà legislativa che le caratterizza, hanno
maggiore possibilità di decisione rispetto al resto
della pubblica amministrazione.
Pensiamo che questo nodo degli addetti stampa vada
sciolto nell’ambito delle discussioni a cui ho assistito
oggi. Cioè se l’obiettivo che ci si pone da entrambe le
parti - come appunto recita anche il titolo del convegno
– è una nuova qualità dei servizi della pubblica
amministrazione che abbia effetti non solo per i
lavoratori ma anche nel rapporto con i cittadini, ciò
deve essere vero in modo particolare dal punto di vista
di chi opera per l’informazione; peraltro oggi si dice
che chi non appare sugli organi di informazione non
esiste. Una buona attività aziendale, quindi anche di
una azienda pubblica, non esiste, non è valorizzata, non
è compresa dai cittadini se non è accompagnata da una
adeguata capacità informativa. E’ strategico avere
strutture di informazione qualificate,
professionalizzate, i cui lavoratori abbiano modalità di
esercizio della professione che siano efficaci a quel
fine.
Sapete perché lo dico? Perché nella nostra attività ci
siamo trovati di fronte a situazioni che hanno, dal
nostro punto di vista, dell’incredibile. Abbiamo dovuto
affrontare il problema di un collega addetto stampa
sanzionato dalla sua amministrazione perché non
ottemperava all’interruzione dell’orario di lavoro per
la pausa pranzo.
Ma sapete qual è la ragione per cui questo collega non
si fermava in quelle ore? Perché corrispondono
esattamente al momento in cui i suoi interlocutori nelle
redazioni giornalistiche svolgono uno dei momenti più
intensi della loro organizzazione: è il momento in cui
si fa il punto di ciò che la mattinata ha prodotto; è il
momento in cui l’addetto stampa trova nelle redazioni
tutti gli interlocutori con cui deve parlare per
segnalare la pubblicazione di un comunicato o segnalare
la notizia. Se non riusciamo a definire modalità di
riconoscimento della flessibilità – ed uso
coscientemente una parola che fa rabbrividire
solitamente il sindacato - nella pubblica
amministrazione, per questo settore, per questa area
professionale (magari ci sono esigenze analoghe per
altre aree professionali) allora ci troviamo in grave
difficoltà. Perché parliamo di una questione trasversale
in tutti i comparti: l’informazione è un problema che
esiste per le Camere di commercio esattamente come
esiste per le strutture sanitarie, per i Comuni, per le
Province, per le Regioni, per i ministeri e per
qualsiasi altra articolazione. Se non riusciamo a
definire queste condizioni minime francamente trovo
difficile che tutto lo sforzo della pubblica
amministrazione di cui si è parlato anche oggi, abbia
poi un risultato tale da essere compreso dai cittadini
ed abbia, perché compreso, il supporto dei cittadini
affinché il cambiamento si realizzi. La flessibilità,
dunque, è un problema che poniamo con forza, che ha
valenza contrattuale, ma anche di riforma complessiva
della pubblica amministrazione. Credo, quindi, che ci
debba essere una attenzione più intensa verso questa
piccola area degli addetti stampa che rappresenta numeri
di dipendenti molto contenuti anche se meno di quel che
si pensa. Ci deve essere una attenzione del ministero,
proprio perché si occupa di riforme e innovazione; mi
permetto di dire anche attenzione dell’Aran, pur se
riconosco che il presidente Massella - incontrando una
nostra delegazione - ha dichiarato grande disponibilità
anche se ci ha rilanciato la palla nel nostro campo.
Infatti ha detto: “mettetevi d’accordo fra voi
sindacati, poi venite da me e io vi benedico nel momento
in cui avrete raggiunto l’intesa”. Però abbiamo bisogno
anche di un aiuto a trovare l’intesa con tre particolari
organizzazioni sindacali, cioè con le federazioni della
funzione pubblica di CGIL, CISL e UIL, che costituiscono
il vero blocco che noi incontriamo in questo momento e
purtroppo mi dispiace.
Si è aperto un discorso con i confederali, cerchiamo di
portarlo avanti con l’obiettivo di riuscire a chiudere
su una ipotesi di profilo professionale che è un po’ la
nostra piattaforma contrattuale: abbiamo posto una serie
di problemi che qui ho sentito richiamare, assistenza
sanitaria, fondo di previdenza complementare. Ci è stato
detto perfino da parte di alcuni sindacalisti
confederali che avremmo dovuto insistere su questo piano
perché dalla nostra azione sarebbero passati principi
validi per tutto il pubblico impiego. Ma abbiamo
registrato una incoerenza perché gli stessi confederali,
poi, ci impediscono una trattativa bloccandoci rispetto
alle nostre rivendicazioni relative agli addetti stampa.
Voglio aggiungere che anche per questa piccola area del
pubblico impiego va tenuto presente un processo di
stabilizzazione.
Questi operatori non vanno esclusi, magari sulla base di
capziose argomentazioni, del tipo “i giornalisti hanno
un rapporto particolare”. La legge 150 ha, infatti,
esattamente messo fine a quella discriminazione nel
momento in cui il rapporto fiduciario tra
l’amministratore protempore e una struttura di
comunicazione esterna è stato passato dai giornalisti
dell’ufficio stampa alla nuova figura del portavoce,
riconoscendo così che la prestazione del giornalista
deve essere, come per le altre professioni, una
prestazione che ha come punto di riferimento il
cittadino elettore e non l’amministratore pro-tempore.
Questo è il principio che quella legge afferma,
giustamente a mio modo di vedere.