
L’intervento del presidente dell’Agenzia per la
Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni
“Sì ad
un’area
contrattuale specifica
per le Camere di Commercio”

**Presidente dell’Aran
(Agenzia per la Rappresentanza Negoziale
delle Pubbliche Amministrazioni)
Vorrei ringraziare innanzitutto il Diccap-Snalcc-Confsal
per l’invito a questo convegno nazionale. Ho accettato
con enorme piacere non solo per la conoscenza ormai da
molti anni delle vostre sigle e per il fatto che ci
siamo più volte confrontati lealmente ed anche
francamente a molti tavoli negoziali, ma anche perché
questo incontro è assolutamente tempestivo. Perché, come
tutti hanno ricordato prima di me, siamo proprio
all’inizio vero, concreto, della nuova tornata
contrattuale.
Ho visto con quanta attenzione tutti voi abbiate seguito
gli interventi che mi hanno preceduto; avevo sentito più
volte il ministro e devo dire che, nel momento stesso in
cui avevo avuto l’onore di ricevere da lui l’incarico di
presidente dell’Aran, mi era stato detto che non sarebbe
stato un incarico molto semplice.
Le sue parole di questa sera fanno capire che quella in
vista sarà veramente una tornata contrattuale che vuole
segnare un momento importante dopo dieci anni e più di
vita dell’Aran. Quindi serve anche a fare il punto su
un’evoluzione che si è avuta non solo nelle leggi ma
anche nei contratti.
Vorrei partire innanzitutto da una prima considerazione:
tutti noi - come ci siamo detti anche più volte con
Fedele Ricciato - non possiamo perdere l’occasione di
questo quadriennio. Penso che non sfugga a nessuno che,
sottostante alle polemiche che stiamo leggendo sulla
stampa, c’è una idea che bene o male sta nascendo nella
nostra società. La domanda è se il contratto collettivo
nazionale di lavoro sia ancora uno strumento valido,
utile ed opportuno per regolare i rapporti.
Voi sapete che ci sono una pluralità di soluzioni
alternative che vanno dalla totale valorizzazione della
integrativa, fino alla regionale: che vuol dire
territoriale ai più vari livelli. Beh, io so qui di
sfondare porte aperte.
Anche l’Aran è convinta che il contratto collettivo
nazionale di lavoro sia ancora uno strumento essenziale
per governare i rapporti di lavoro e non va visto solo
come il quantum di una maggiorazione meramente
economica.
Va visto come un adeguamento delle tutele, dei diritti
resi omogenei su tutto il territorio nazionale. Anche a
voler essere meramente pragmatici, sono convinto che
andare allo smantellamento di un sistema quale quello
che noi abbiamo, renderebbe impossibile a dir poco un
elemento: la mobilità dei pubblici dipendenti. E’
evidente che, avendo discipline e trattamenti diversi,
sia ai fini normativi, sia ai fini retributivi ed a
quelli previdenziali, verrebbe a crearsi un
irrigidimento totale a livello territoriale dei
dipendenti o, comunque, una aspirazione verso i migliori
trattamenti ed un depauperamento di quei livelli
territoriali che non fossero in grado di garantire una
stessa omogeneità di tutele, di garanzie e di diritti
che sono diritti fondamentali del cittadino che lavora.
Questo, quindi, è secondo me il primo impegno che
abbiamo: dare la dimostrazione che il contratto
collettivo è ancora lo strumento utile e se falliremo
non sarà un fallimento solo nostro come persone, ma
probabilmente avremo contribuito ad affossare uno
strumento che ha guidato il progresso nel nostro Paese.
Per quello che riguarda poi ciò che sta accadendo, la
contrattazione è partita ed è in atto e si sta per
concludere quella dei comparti. Vi posso assicurare che
il problema della disciplina dei dipendenti delle Camere
di Commercio non è mai mancato al tavolo negoziale. Qui
scusate se uso un po’ di tecnicismo, ma l’agenzia è
tecnica ed è bene che ogni tanto ci diciamo le cose come
stanno.
Sappiamo tutti che le Camere di Commercio trovano il
loro fondamento nel famoso articolo 70 del DL 165: è una
norma di legge che ci ha dato questo comparto, come ci
ha dato l’Enea, il Cnel, l’Asi, ed altri. Vi assicuro
che per Aran è estremamente oneroso dover fare tutti
questi contratti. Abbiamo calcolato che siamo a 18
contratti nazionali di comparto e circa 15 della
dirigenza, siamo sopra ai 30 contratti collettivi di
lavoro: troppi, dobbiamo trovare una razionalizzazione
del sistema. Per trovarla, però, per gli enti
dell’articolo 70, Ducci Teri: “Sì ad un’area
contrattuale specifica per le Camere di Commercio”
dobbiamo avere una norma di legge che o distribuisca o
facoltizzi, cosa molto più logica e razionale, la
contrattazione a disporre la loro distribuzione, la loro
aggregazione a comparti omogenei. Per Asi potrebbe
essere la ricerca, per Unioncamere dovremo invece vedere
come inserirla nel contratto delle autonomie. E’ certo
che lo strumento della specifica area contrattuale è uno
strumento assolutamente percorribile: già lo abbiamo
messo nell’art.13 dell’attuale contratto-quadro per i
comparti che prevede la possibilità di istituire queste
sezioni specializzate; già, come ricordava Fedele
Ricciato, è stato realizzato, sempre nel comparto degli
enti locali per quello che riguarda le regioni da una
parte, province e comuni e comunità montane dall’altra.
Penso sia assolutamente percorribile quella strada una
volta che tutti insieme saremo riusciti a rimuovere il
discorso dell’art. 70 che ora come ora costituisce un
forte limite.
Come è emerso con chiarezza, due sono gli argomenti sui
quali dovremo confrontarci approfonditamente. Uno è
quello della valutazione e l’altro è quello della
contrattazione integrativa. Brevemente su entrambi.
Sulla valutazione volta che qualcuno alza un po’ più la
voce non dobbiamo dimenticarci che non siamo al
principio ma siamo già in una fase avanzata del
percorso. Esistono numerose disposizioni di legge in
materia: sostanzialmente la valutazione è nata con la
contrattualizzazione del lavoro pubblico.
Non è che tutti quelli che ci hanno preceduto fossero
degli inetti o delle persone che non sapevano cosa
stavano facendo. Erano persone che avevano ben presente
un certo quadro e ci hanno portato ad imboccare certi
percorsi. Nessuno di noi può dimenticare i nuclei di
valutazione che bene o male sono stati costituiti.
Dobbiamo riconoscere che non sempre hanno funzionato
bene, però non è che dobbiamo inventarci qualcosa di
nuovo. Dobbiamo solo capire cosa non ha funzianto per
fare le modifiche del caso.
Vi posso assicurare che esistono numerosi comparti e
numerose realtà dove esistono metodi di valutazione che
funzionano in maniera assolutamente valida. Mi riferisco
in particolare al comparto della sanità che non è
completamente l’ultimo, ed ad alcune esperienze di
misurazione e di valutazione in essere in numerose
regioni - devo dire, con rammarico, prevalentemente del
centronord -; analogamente in numerosi enti locali
esistono sistemi che consentono di valutare i risultati
non solo del singolo ma anche dei servizi
complessivamente resi alla collettività: i cosiddetti
output del sistema valutativo inglese.
Quindi siamo nella fase della riflessione sui passi che
sono stati fatti fino ad oggi: occorre prendere quei
sistemi che hanno funzionato, verificare la possibilità
di una loro estensione nell’ambito dei singoli comparti:
magari introducendo, comparto per comparto, quelli che
devono essere i meccanismi di adeguamento. Con questo
non voglio dire che è tutto a posto, tutt’altro: sono il
primo a rendermi conto che le polemiche sulla stampa ci
sono perché non siamo stati in grado di spiegare quello
che abbiamo fatto. Il nostro fallimento, così lo
dobbiamo chiamare, è che la collettività verso la quale
noi offriamo i nostri servizi, non percepisce di avere
gli strumenti per valutarci e per misurarci e, guardate
che, in questa situazione, vengono fuori solo le
patologie. Ma esiste una fisiologia di buon governo che
dobbiamo valorizzare, portare all’attenzione ed
estendere responsabilmente a tutti i comparti. Quindi il
percorso sarà complesso, ma è già tracciato.
Questo vorrà dire solo che il confronto potrà essere
lungo, ma siamo lì per confrontarci, faremo qualche
lunga nottata poco piacevole ma comunque cercheremo di
risolvere anche questo problema.
Il discorso della valutazione, così come quello della
premialità del merito, che è ad essa strettamente e
direttamente collegato, implica necessariamente una
forte, vera, concreta riflessione sulla contrattazione
integrativa.
Noi sappiamo che spesso esistono patologie della
contrattazione integrativa che hanno portato a
dilatazioni della spesa del pubblico impiego. E’
incredibile che oggi, indagini fatte da docenti
universitari per conto di Formez e di scuola superiore
della pubblica amministrazione, che prescindono da
valutazioni di parte, abbiano documentato come in certi
ambiti da una parte la spesa sia cresciuta, ma che
dall’altra le risorse del fondo destinate effettivamente
a premiare merito e risultato siano di gran lunga al di
sotto di quella base minima del 15% che noi ci ostiniamo
a inserire nei contratti collettivi nazionali. Quindi
vuol dire che c’è una patologia. Cos’è che non funziona?
Due cose: una verifica e una sanzione in termini che non
facciano innervosire subito il mio amico Fedele.
Per quello che riguarda il controllo - lo ricordava
Fedele, perché ne abbiamo parlato a lungo - anche qui
uno strumento c’è: noi non vogliamo fare l’autority,
quello è un discorso diverso del CNEL che riguarderà
criteri generali, strumenti di verifica di carattere
generale. Il decreto 165 prevede l’Osservatorio sulla
Contrattazione Integrativa, una struttura che molti si
sono dimenticati che esista: per primo l’hanno
dimenticata le amministrazioni che dovrebbero mandare
tutti i loro contratti di secondo livello per una
verifica.
L’Osservatorio è uno strumento di assoluta garanzia
perché è un organismo paritetico: sono presenti sia i
comitati di settore che le organizzazioni sindacali che
- insieme ad Aran - possono verificare in questa visione
trilaterale, i contenuti dei contratti.
Manca però, come ci siamo detti, la sanzione.
Perché attualmente l’Osservatorio ha solo una funzione
di monitoraggio e questo fa sì che per molti voglia dire
una funzione di studio ex post sulla contrattazione di
vent’anni prima, essendoci difficoltà a ricevere quanto
appena è stato sottoscritto. La contrattazione
integrativa, invece, implica anche la necessità di
individuare meccanismi, non dico sanzionatori, ma di
controllo effettivo.
Noi sappiamo che abbiamo una norma pesantissima nel 165:
tutte le norme della contrattazione integrativa in
contrasto con i principi del contratto collettivo
nazionale sono nulle. Ma non esiste un accertamento
della nullità di una clausola di un contratto
integrativo, perché non si sa chi avrebbe interesse a
ricorrere. Certo non ha interesse il dipendente che ne
beneficia, ancor meno l’amministratore che, avendolo
sottoscritto, dichiarando la nullità ne risponde quanto
meno davanti alla Corte dei conti. Mancando l’elemento
dell’interesse a far valere la nullità, prima che
qualcuno si inventi che deve essere un organismo terzo a
farlo valere e magari venga attribuita questa competenza
a chissà chi, conviene che concretamente al tavolo della
negoziazione individuiamo formule precise. Perché, una
volta individuate queste discrasie, i soggetti che
siedono nell’ambito dell’Osservatorio possano segnalare
all’amministrazione che magari non se ne è accorta, lo
scostamento, così che possa provvedere da sola. Ove non
lo faccia probabilmente si potrebbe arrivare, visto che
è un organismo trilaterale, anche a prevedere un
annullamento o una qualche sanzione che porti alla
inapplicabilità delle disposizioni da parte di questa
stessa struttura.
Siamo stati in grado nel passato di affrontare tanti
altri problemi ugualmente complessi: anche questa volta
saremo in grado di non limitarci a calcolare il 4,46%
sul tabellare e sulla posizione fissa, che non mi pare
una grande operazione. Se l’Aran servisse solo per
quello basterebbe una calcolatrice e voi capite che
qualcuno potrebbe dire che non serve né l’Aran né il
contratto nazionale: si danno in Finanziaria gli aumenti
e la faccenda è chiusa lì.