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VOCE CAMERALE SETTEMBRE 2007

 
 

L’intervento del presidente dell’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni


“Sì ad un’area
contrattuale specifica
per le Camere di Commercio”


**Presidente dell’Aran
(Agenzia per la Rappresentanza Negoziale
delle Pubbliche Amministrazioni)


Vorrei ringraziare innanzitutto il Diccap-Snalcc-Confsal per l’invito a questo convegno nazionale. Ho accettato con enorme piacere non solo per la conoscenza ormai da molti anni delle vostre sigle e per il fatto che ci siamo più volte confrontati lealmente ed anche francamente a molti tavoli negoziali, ma anche perché questo incontro è assolutamente tempestivo. Perché, come tutti hanno ricordato prima di me, siamo proprio all’inizio vero, concreto, della nuova tornata contrattuale.
Ho visto con quanta attenzione tutti voi abbiate seguito gli interventi che mi hanno preceduto; avevo sentito più volte il ministro e devo dire che, nel momento stesso in cui avevo avuto l’onore di ricevere da lui l’incarico di presidente dell’Aran, mi era stato detto che non sarebbe stato un incarico molto semplice.
Le sue parole di questa sera fanno capire che quella in vista sarà veramente una tornata contrattuale che vuole segnare un momento importante dopo dieci anni e più di vita dell’Aran. Quindi serve anche a fare il punto su un’evoluzione che si è avuta non solo nelle leggi ma anche nei contratti.
Vorrei partire innanzitutto da una prima considerazione: tutti noi - come ci siamo detti anche più volte con Fedele Ricciato - non possiamo perdere l’occasione di questo quadriennio. Penso che non sfugga a nessuno che, sottostante alle polemiche che stiamo leggendo sulla stampa, c’è una idea che bene o male sta nascendo nella nostra società. La domanda è se il contratto collettivo nazionale di lavoro sia ancora uno strumento valido, utile ed opportuno per regolare i rapporti.
Voi sapete che ci sono una pluralità di soluzioni alternative che vanno dalla totale valorizzazione della integrativa, fino alla regionale: che vuol dire territoriale ai più vari livelli. Beh, io so qui di sfondare porte aperte.
Anche l’Aran è convinta che il contratto collettivo nazionale di lavoro sia ancora uno strumento essenziale per governare i rapporti di lavoro e non va visto solo come il quantum di una maggiorazione meramente economica.
Va visto come un adeguamento delle tutele, dei diritti resi omogenei su tutto il territorio nazionale. Anche a voler essere meramente pragmatici, sono convinto che andare allo smantellamento di un sistema quale quello che noi abbiamo, renderebbe impossibile a dir poco un elemento: la mobilità dei pubblici dipendenti. E’ evidente che, avendo discipline e trattamenti diversi, sia ai fini normativi, sia ai fini retributivi ed a quelli previdenziali, verrebbe a crearsi un irrigidimento totale a livello territoriale dei dipendenti o, comunque, una aspirazione verso i migliori trattamenti ed un depauperamento di quei livelli territoriali che non fossero in grado di garantire una stessa omogeneità di tutele, di garanzie e di diritti che sono diritti fondamentali del cittadino che lavora.
Questo, quindi, è secondo me il primo impegno che abbiamo: dare la dimostrazione che il contratto collettivo è ancora lo strumento utile e se falliremo non sarà un fallimento solo nostro come persone, ma probabilmente avremo contribuito ad affossare uno strumento che ha guidato il progresso nel nostro Paese.
Per quello che riguarda poi ciò che sta accadendo, la contrattazione è partita ed è in atto e si sta per concludere quella dei comparti. Vi posso assicurare che il problema della disciplina dei dipendenti delle Camere di Commercio non è mai mancato al tavolo negoziale. Qui scusate se uso un po’ di tecnicismo, ma l’agenzia è tecnica ed è bene che ogni tanto ci diciamo le cose come stanno.
Sappiamo tutti che le Camere di Commercio trovano il loro fondamento nel famoso articolo 70 del DL 165: è una norma di legge che ci ha dato questo comparto, come ci ha dato l’Enea, il Cnel, l’Asi, ed altri. Vi assicuro che per Aran è estremamente oneroso dover fare tutti questi contratti. Abbiamo calcolato che siamo a 18 contratti nazionali di comparto e circa 15 della dirigenza, siamo sopra ai 30 contratti collettivi di lavoro: troppi, dobbiamo trovare una razionalizzazione del sistema. Per trovarla, però, per gli enti dell’articolo 70, Ducci Teri: “Sì ad un’area contrattuale specifica per le Camere di Commercio” dobbiamo avere una norma di legge che o distribuisca o facoltizzi, cosa molto più logica e razionale, la contrattazione a disporre la loro distribuzione, la loro aggregazione a comparti omogenei. Per Asi potrebbe essere la ricerca, per Unioncamere dovremo invece vedere come inserirla nel contratto delle autonomie. E’ certo che lo strumento della specifica area contrattuale è uno strumento assolutamente percorribile: già lo abbiamo messo nell’art.13 dell’attuale contratto-quadro per i comparti che prevede la possibilità di istituire queste sezioni specializzate; già, come ricordava Fedele Ricciato, è stato realizzato, sempre nel comparto degli enti locali per quello che riguarda le regioni da una parte, province e comuni e comunità montane dall’altra. Penso sia assolutamente percorribile quella strada una volta che tutti insieme saremo riusciti a rimuovere il discorso dell’art. 70 che ora come ora costituisce un forte limite.
Come è emerso con chiarezza, due sono gli argomenti sui quali dovremo confrontarci approfonditamente. Uno è quello della valutazione e l’altro è quello della contrattazione integrativa. Brevemente su entrambi.
Sulla valutazione volta che qualcuno alza un po’ più la voce non dobbiamo dimenticarci che non siamo al principio ma siamo già in una fase avanzata del percorso. Esistono numerose disposizioni di legge in materia: sostanzialmente la valutazione è nata con la contrattualizzazione del lavoro pubblico.
Non è che tutti quelli che ci hanno preceduto fossero degli inetti o delle persone che non sapevano cosa stavano facendo. Erano persone che avevano ben presente un certo quadro e ci hanno portato ad imboccare certi percorsi. Nessuno di noi può dimenticare i nuclei di valutazione che bene o male sono stati costituiti. Dobbiamo riconoscere che non sempre hanno funzionato bene, però non è che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo. Dobbiamo solo capire cosa non ha funzianto per fare le modifiche del caso.
Vi posso assicurare che esistono numerosi comparti e numerose realtà dove esistono metodi di valutazione che funzionano in maniera assolutamente valida. Mi riferisco in particolare al comparto della sanità che non è completamente l’ultimo, ed ad alcune esperienze di misurazione e di valutazione in essere in numerose regioni - devo dire, con rammarico, prevalentemente del centronord -; analogamente in numerosi enti locali esistono sistemi che consentono di valutare i risultati non solo del singolo ma anche dei servizi complessivamente resi alla collettività: i cosiddetti output del sistema valutativo inglese.
Quindi siamo nella fase della riflessione sui passi che sono stati fatti fino ad oggi: occorre prendere quei sistemi che hanno funzionato, verificare la possibilità di una loro estensione nell’ambito dei singoli comparti: magari introducendo, comparto per comparto, quelli che devono essere i meccanismi di adeguamento. Con questo non voglio dire che è tutto a posto, tutt’altro: sono il primo a rendermi conto che le polemiche sulla stampa ci sono perché non siamo stati in grado di spiegare quello che abbiamo fatto. Il nostro fallimento, così lo dobbiamo chiamare, è che la collettività verso la quale noi offriamo i nostri servizi, non percepisce di avere gli strumenti per valutarci e per misurarci e, guardate che, in questa situazione, vengono fuori solo le patologie. Ma esiste una fisiologia di buon governo che dobbiamo valorizzare, portare all’attenzione ed estendere responsabilmente a tutti i comparti. Quindi il percorso sarà complesso, ma è già tracciato.
Questo vorrà dire solo che il confronto potrà essere lungo, ma siamo lì per confrontarci, faremo qualche lunga nottata poco piacevole ma comunque cercheremo di risolvere anche questo problema.
Il discorso della valutazione, così come quello della premialità del merito, che è ad essa strettamente e direttamente collegato, implica necessariamente una forte, vera, concreta riflessione sulla contrattazione integrativa.
Noi sappiamo che spesso esistono patologie della contrattazione integrativa che hanno portato a dilatazioni della spesa del pubblico impiego. E’ incredibile che oggi, indagini fatte da docenti universitari per conto di Formez e di scuola superiore della pubblica amministrazione, che prescindono da valutazioni di parte, abbiano documentato come in certi ambiti da una parte la spesa sia cresciuta, ma che dall’altra le risorse del fondo destinate effettivamente a premiare merito e risultato siano di gran lunga al di sotto di quella base minima del 15% che noi ci ostiniamo a inserire nei contratti collettivi nazionali. Quindi vuol dire che c’è una patologia. Cos’è che non funziona? Due cose: una verifica e una sanzione in termini che non facciano innervosire subito il mio amico Fedele.
Per quello che riguarda il controllo - lo ricordava Fedele, perché ne abbiamo parlato a lungo - anche qui uno strumento c’è: noi non vogliamo fare l’autority, quello è un discorso diverso del CNEL che riguarderà criteri generali, strumenti di verifica di carattere generale. Il decreto 165 prevede l’Osservatorio sulla Contrattazione Integrativa, una struttura che molti si sono dimenticati che esista: per primo l’hanno dimenticata le amministrazioni che dovrebbero mandare tutti i loro contratti di secondo livello per una verifica.
L’Osservatorio è uno strumento di assoluta garanzia perché è un organismo paritetico: sono presenti sia i comitati di settore che le organizzazioni sindacali che - insieme ad Aran - possono verificare in questa visione trilaterale, i contenuti dei contratti.
Manca però, come ci siamo detti, la sanzione.
Perché attualmente l’Osservatorio ha solo una funzione di monitoraggio e questo fa sì che per molti voglia dire una funzione di studio ex post sulla contrattazione di vent’anni prima, essendoci difficoltà a ricevere quanto appena è stato sottoscritto. La contrattazione integrativa, invece, implica anche la necessità di individuare meccanismi, non dico sanzionatori, ma di controllo effettivo.
Noi sappiamo che abbiamo una norma pesantissima nel 165: tutte le norme della contrattazione integrativa in contrasto con i principi del contratto collettivo nazionale sono nulle. Ma non esiste un accertamento della nullità di una clausola di un contratto integrativo, perché non si sa chi avrebbe interesse a ricorrere. Certo non ha interesse il dipendente che ne beneficia, ancor meno l’amministratore che, avendolo sottoscritto, dichiarando la nullità ne risponde quanto meno davanti alla Corte dei conti. Mancando l’elemento dell’interesse a far valere la nullità, prima che qualcuno si inventi che deve essere un organismo terzo a farlo valere e magari venga attribuita questa competenza a chissà chi, conviene che concretamente al tavolo della negoziazione individuiamo formule precise. Perché, una volta individuate queste discrasie, i soggetti che siedono nell’ambito dell’Osservatorio possano segnalare all’amministrazione che magari non se ne è accorta, lo scostamento, così che possa provvedere da sola. Ove non lo faccia probabilmente si potrebbe arrivare, visto che è un organismo trilaterale, anche a prevedere un annullamento o una qualche sanzione che porti alla inapplicabilità delle disposizioni da parte di questa stessa struttura.
Siamo stati in grado nel passato di affrontare tanti altri problemi ugualmente complessi: anche questa volta saremo in grado di non limitarci a calcolare il 4,46% sul tabellare e sulla posizione fissa, che non mi pare una grande operazione. Se l’Aran servisse solo per quello basterebbe una calcolatrice e voi capite che qualcuno potrebbe dire che non serve né l’Aran né il contratto nazionale: si danno in Finanziaria gli aumenti e la faccenda è chiusa lì.

 

 

 

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