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VOCE CAMERALE LUGLIO 2006

* Direttore responsabile “Settimanale Confsal”

 

Non è necessario essere grandi economisti per comprenderlo.

Se il made in Italy ha ripreso vitalità, giovandosi anche della spinta trainante della locomotiva tedesca, tanto che nell’ultimo bimestre ha registrato un saldo positivo di 1617 milioni di euro, la nostra bilancia commerciale nello stesso periodo ha registrato un deficit di 2962 milioni di euro. Un saldo negativo dunque di ben 1345 milioni di euro dovuto esclusivamente alle importazioni di prodotti petroliferi ma anche di gas e di energia elettrica. I numeri, nel loro freddo quanto indiscutibile realismo, ci ammoniscono ancora una volta che il nostro Paese se non cercherà entro breve tempo di rendersi parzialmente autosufficiente in campo energetico non avrà un futuro nel mondo industrializzato.

Il panorama energetico, del resto, è sufficientemente chiaro per portare a una simile catastrofica previsione. Le varie tensioni internazionali tra le quali fanno spicco le preoccupazioni geopolitiche legate all’intransigenza iraniana sul suo programma nucleare, la forte domanda di prodotti petroliferi proveniente dalla Cina, sempre attenta a preservare le sue scorte naturali, nonché la ridotta produzione della Nigeria e le tensioni politiche prezzo del greggio a limiti storici, oltre 75 dollari al barile. Ma non è tutto. Il greggio secondo l’Fmi (Fondo monetario internazionale) dovrebbe subire a breve un ulteriore aumento del 10 per cento e, se dovesse toccare i 90 dollari al barile, farebbe dimezzare la crescita italiana del 2006. E l’aumento, tra l’altro, tenuto conto delle tensioni internazionali cui sono soggetti anche i paesi produttori di gas, potrebbe presto spingersi, secondo autorevoli stime, ben oltre i 100 dollari al barile. Il deficit commerciale dell’Italia a questo punto, anche considerando una improbabile grande ripresa dell’export, sarebbe abissale.

Nulla potrebbe evitare il fallimento della nostra economia. Sì, perché un incremento così spropositato della bolletta energetica inciderebbe inevitabilmente sui costi di produzione dell’industria con effetti devastanti sulla competitività delle nostre imprese. E così si chiuderebbe un cerchio decisamente infernale: niente competitività, produzione zero, fine dell’export, bilancia dei pagamenti ferma sul rosso, impossibilità economica di importare prodotti energetici di qualsiasi tipo. Il problema energia, quindi, è il problema dei problemi, una priorità assoluta da affrontare subito e con la massima decisione.

Eppure, proprio nell’arco della recente lunghissima campagna elettorale, si è avvertito solo qualche timido cenno alla questione energetica e quasi sempre per affermare la netta contrarietà nei confronti di un eventuale ritorno al nucleare. I proclami sono stati per la diminuzione di cinque punti del cuneo fiscale, per l’aumento delle pensioni, per le grandi opere pubbliche, per la “felicità” di cui potranno godere i cittadini tutti con l’avvento di un nuovo “ordine” nazionale. Il tutto senza tener conto che proprio il deficit energetico, se non adeguatamente contrastato, porrà ben presto il Paese nell’impossibilità totale di affrontare qualsivoglia impegno di spesa. Ma tant’è, quando si cercano voti anche un’omissione, tanto grave da essere considerata alla stregua di una vera e propria menzogna, non olet.

 Ma se, accantonate almeno per una volta le promesse elettorali, si affrontasse la situazione con la doverosa concretezza che il momento storico richiede si potrebbero almeno porre le basi, auspicabilmente con un accordo bipartisan, per ovviare alla difficile situazione ormai senza sbocco che si è venuta a creare nel supremo interesse del futuro del Paese e del benessere dei cittadini. E per far questo non esiste altra strada che un ritorno al nucleare poiché, lo abbiamo evidenziato più volte, le fonti alternative nazionali di energia – solare, eolica, biocombustibile, idroelettrica e geotermica – tutte insieme arrivano a coprire, nella loro massima utilizzazione, solo il 7 per cento del fabbisogno interno.

Considerazione a parte merita l’idrogeno, potenzialmente validissimo sostituto del petrolio, ma ancora, e chissà per quanto tempo, troppo pericoloso a causa della sua instabilità In quanto all’uso del gas bisogna tenere nel dovuto conto il fatto che lo stesso aumenta di prezzo contestualmente al petrolio e che, inoltre, le sue forniture possono subire interruzioni e tagli come insegnano esaurientemente la recente crisi ucraino-russa e le rivendicazioni ricattatorie del colonnello Gheddafi. Si tratta quindi di una fornitura energetica troppo spesso legata ad imprevedibili congiunture internazionali o agli umori di qualche leader in cerca di consensi e quindi priva di quelle certezze che un Paese altamente industrializzato come il nostro richiede.

Resta dunque il nucleare che, ormai, non deve far più paura perché l’era di Cernobil è definitivamente tramontata. Oggi le centrali nucleari del mondo sono 502 delle quali almeno una decina collocate a cavallo dei confini alpini del nostro Paese. La sicurezza delle stesse è quasi totale, producono energia pulita che l’Italia acquista a prezzi sempre crescenti con le conseguenze sulla bilancia commerciale di cui si è detto. Rifiutare il nucleare per non rinunciare all’apporto di voti di uno sparuto drappello di pseudo-ecologisti (da non dimenticare che lo stesso Presidente di Greepeace sembra aver rivisto radicalmente le sue convinzioni schierandosi apertamente per il nucleare) appare quindi per il nostro Paese un autentico suicidio. Significa negare all’Italia qualsivoglia possibilità di sviluppo futuro relegandola in un ambito terzomondista che certamente non le si addice. Lo tenga ben presente il futuro Governo il cui impegno, dopo i calcoli elettorali, deve essere realisticamente ed esclusivamente finalizzato all’avvenire del Paese.

 

 

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