LA
CONTRATTAZIONE INTEGRATIVA NEL QUADRIENNIO 1998-2001
Dr.ssa Dosso Maurizia
Vice Segretario Generale Camera di Commercio di Padova
La vastità, la complessità e la novità delle
tematiche da affrontare in sede di contrattazione
integrativa hanno comportato
tempi non brevi di trattativa e hanno fatto
registrare anche punti di notevole asprezza
nella dialettica delle diverse posizioni.
In parecchi punti la piattaforma presentata
dalla RSU era agli antipodi rispetto alla
proposta di parte pubblica, come ad esempio
in materia di progressioni economiche
orizzontali, sia nel numero dei potenziali
destinatari, sia sui criteri, ovvero sui criteri
di ripartizione del compenso incentivante
la produttività e ancora sul tema delle posizioni
organizzative.
Fortissima era poi la pressione sindacale
per contrattare ogni istituto, anche quelli
demandati alla concertazione e persino
all’informazione, insinuandosi nella dizione
non sempre felice di qualche punto del
contratto.
Ricordo, ad esempio, le defatiganti
discussioni sulla metodologia permanente
di valutazione, e ancora il tentativo di codificare
come oggetto di contrattazione le
decisioni organizzative conseguenti alle
innovazioni tecnologiche e alla domanda di
nuovi servizi, o la materia delle posizioni
organizzative.
Sta di fatto che la prima parte della trattativa
– e non la meno onerosa – è stata
impegnata nel redigere l’indice dei due
documenti con i quali si è conclusa la fase
negoziale: il contratto integrativo decentrato
e il verbale di concertazione.
La partita è stata volutamente chiusa nel
suo insieme non solo per assicurare coerenza
al nuovo sistema di gestione delle
risorse umane, ma per riuscire a centrare
gli obiettivi che ci eravamo dati all’inizio
della contrattazione.
Sostanzialmente erano i seguenti:
a) definire un nuovo assetto organizzativo, più
snello e flessibile, in grado di rispondere
con maggiore efficacia alle esigenze delle
imprese e di adattarsi con prontezza
ai cambiamenti di contesto socio economico
e tecnologico in continua evoluzione;
b) ampliare le modalità di prestazione dei servizi
all’utenza camerale;
c) motivare e valorizzare le risorse umane
dell’Ente legando i percorsi di carriera
ed il trattamento economico accessorio
alla qualità della prestazione, all’autonomia,
alla responsabilità, al merito.
a) Il nuovo assetto organizzativo è stato
messo a punto dopo l’approvazione del
regolamento di organizzazione amministrativa,
prevedendo un aumento e una
diversa articolazione dei servizi ed individuando
i profili professionali e un regolamento
sugli accessi coerenti con il modello
organizzativo stesso.
Sono state altresì individuate otto posizioni
organizzative, collocate in due distinte
fasce retributive, cui sono stati assegnati
obiettivi di gestione con assunzione
diretta di elevata responsabilità di prodotto
e di risultato.
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b) Le modalità di prestazione dei servizi
all’utenza sono state ampliate dal mese successivo
alla sottoscrizione del contratto
collettivo decentrato integrativo e del verbale
di concertazione, con la nuova articolazione
dell’orario di apertura degli sportelli, con
un aumento di 5 ore settimanali.
Sono state potenziate le funzioni delle
sedi staccate e 4 su 5 sono state aperte al
pubblico per l’intero arco settimanale.
Sono state altresì potenziati i servizi telematici
e le modalità di comunicazione e
trasmissione di dati e informazioni via
Internet.
c) La motivazione e valorizzazione delle
risorse umane dell’Ente sono state perseguite
innanzitutto attraverso il nuovo assetto
organizzativo, con il quale sono stati ridisegnati
e aumentati i Servizi ed è stata prevista
la valorizzazione delle figure della
categoria D con la previsione delle posizioni
organizzative e la sottolineatura delle
figure dei responsabili di procedimento.
Il piano del fabbisogno del personale nel
quadro della programmazione triennale e
nella fase di prima applicazione del CCNL,
ha riservato alle progressioni verticali un
numero consistente di posti.
Va sottolineato al riguardo che le selezioni,
soprattutto per la categoria D, sono
state fortemente selettive e una notevole
influenza sui risultati finali l’ha giocata la
valutazione del potenziale.
È stato attivato un organico pacchetto
di interventi formativi, taluni mirati agli
avanzamenti di carriera e distinti per categoria
(D,C, B) ed altri rivolti a tutto il personale,
nel corso dei quali sono stati affrontati
tra l’altro i temi del cambiamento organizzativo,
della cultura di risultato, del controllo
di gestione, del ruolo e delle competenze
degli Enti camerali e della specifica
missione della Camera di Padova.
Sono state infine integrate in misura
significativa le risorse economiche per
finanziare il contratto integrativo, utilizzando
il comma 5 dell’art. 15 del CCNL
01.04.1999.
D’altra parte la Camera di Padova opera
in un contesto socio-economico di grande
vivacità e le opportunità per giovani
preparati, che abbiano maturato qualche
anno di esperienza soprattutto nell’ambito
del Registro Imprese o promozionale, non
mancano, anche per il buon livello di preparazione
informatica che forniamo.
Abbiamo quindi il problema di “fidelizzare”
i nostri dipendenti, soprattutto quelli
in possesso di professionalità chiave.
Abbiamo provato a dare alcune risposte,
quando era funzionale all’organizzazione,
attivando le progressioni verticali e prevedendo
criteri meritocratici per le progressioni
economiche (attuate peraltro nel
rispetto del vincolo del baricentro) e per il
compenso incentivante la produttività.
Ma almeno in un paio di casi questo non
è stato sufficiente.
Ritengo comunque che il giudizio sulla
trascorsa tornata contrattuale possa essere
sostanzialmente positivo.
Vanno sottolineati in particolare due
aspetti:
a) La forte valorizzazione dell’autonomia
dell’Ente.
Lo strumento contrattuale ha offerto
alla Camera la possibilità di definire nuovi
profili professionali coerenti con l’assetto
organizzativo, modificabili con atto dell’Ente
ogniqualvolta lo richieda il cambiamento
del contesto organizzativo.
Questo ha rappresentato e rappresenta
un forte strumento di flessibilità nella
gestione delle risorse umane, perché ha
consentito di superare le precedenti rigidità
dei profili risalenti al DPR n. 665/84.
Inoltre, prevedendo la necessità di disciplinare
le procedure selettive per la progressione
verticale e per gli accessi dall’esterno,
ha stimolato l’Ente ad una riflessione
critica sulle ordinarie modalità di reclutamento,
idonee ad accertare più le conoscenze
che le competenze necessarie, che
ha portato all’introduzione, nei regolamenti
in materia, di elementi innovativi, simili a
quelli utilizzati nelle aziende private.
Si sono potuti così introdurre nelle procedure
di selezione i percorsi formativi
mirati e soprattutto la valutazione del
potenziale, che ci hanno senza dubbio facilitato
l’individuazione e la collocazione della
“persona giusta al posto giusto”.
Da ultimo, ha sicuramente responsabilizzato
gli attori della contrattazione integrativa,
ciascuno dei quali è stato stimolato a darsi
degli obiettivi e una strategia per raggiungerli.
Per la parte pubblica, il fatto di poter
giocare la carta delle risorse economiche
integrative (intendo quelle dell’art. 15 del CCNL 01.04.1999) ha rappresentato
un’opportunità di grande rilievo, soprattutto
tenendo conto dell’altro aspetto positivo
che emerge dal CCNL;
b) La visione unitaria degli strumenti di
incentivazione del personale
Non c’è dubbio che l’articolazione del
contratto ha facilitato l’individuazione e la
quantificazione dell’insieme delle risorse
economiche da mettere in gioco per sviluppare
l’incentivazione dei dipendenti.
Sapere di dover attingere da un monte
complessivo per remunerare il compenso
incentivante la produttività, le progressioni
economiche, le posizioni organizzative e le
diverse altre tipologie di indennità previste
dall’art. 17, ha costretto la parte pubblica
ad interrogarsi, prima dell’avvio della contrattazione,
per definire con chiarezza molto
maggiore che non in passato quali leve
era più opportuno e/o funzionale all’Ente
utilizzare, ad esempio:
– privilegiare le progressioni economiche
per premiare i dipendenti che da anni si
distinguono per la qualità delle prestazioni,
sapendo però di attribuire emolumenti
che diventano fissi e quindi
costanti per il bilancio o puntare sul
compenso incentivante la produttività,
che è un emolumento variabile e giocabile
ogni anno? (anche se la RSU tende
a considerare acquisito l’importo medio
pro capite dell’anno precedente)?
– quale spazio dare alle posizioni organizzative,
che necessariamente non possono
riguardare che piccoli numeri della
categoria D, a fronte della possibilità di
remunerare l’esercizio di compiti che
comportano specifiche responsabilità e
che possono riguardare categorie e
fasce più ampie di personale?
È chiaro che non esistono soluzioni valide
per tutti e che le risposte vanno trovate
in ogni singolo Ente.
A me pare però che questa visione unitaria
delle opportunità di incentivare il personale
stimoli e sicuramente renda necessaria
l’elaborazione di una strategia da perseguire
con la contrattazione, ben consapevoli
che ogni parte del tavolo di negoziazione
opera secondo la propria convenienza.
Vanno però sottolineate con chiarezza
anche alcune difficoltà incontrate nella contrattazione,
che mi auguro la prossima tornata
possa far superare:
a) La ripartizione delle materie oggetto di
informazione, concertazione, contrattazione
non è sempre chiara, come accennavo all’inizio.
Anche i rapporti tra le diverse modalità
di relazioni sindacali e la tempistica
andrebbero ridefiniti.
Si auspicano un’opera di semplificazione
e una riscrittura contrattuale chiara, che ci
restituisca spazi più ampi di operatività.
b) Taluni istituti contrattuali sono risultati di
difficile applicabilità, come quello delineato
dall’art. 5 del CCNL 05.10.2001.
La mancanza di sistemi di contabilità
economica a regime e la difficoltà di misurazione
degli indicatori di efficacia scoraggiano
di per sé l’utilizzo dello strumento.
Se poi si aggiunge il fatto che i valori
minimi degli indicatori debbono essere
definiti in sede di contrattazione decentrata
e che le eventuali risorse sono disponibili
nell’esercizio successivo al biennio di
riferimento per il calcolo degli indicatori, si
può comprendere perché l’Amministrazione
a cui appartengo, e non credo sia l’unica,
ha stabilito di soprassedere.
c) Permane poi la difficoltà di promuovere
la cultura del risultato e della valutazione
della prestazione.
I criteri meritocratici stabiliti dal Contratto
Nazionale tendono ad essere disattesi
e svuotati di ogni portata selettiva in
periferia. Il confronto su questi temi rischia
spesso la radicalizzazione.
Sarebbe quindi
opportuna in materia una sottolineatura
nella sede contrattuale nazionale.
L’esperienza fin qui vissuta mi conferma
comunque nella convinzione che vi sia in
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concreto – più di quanto lascino intuire le
riflessioni fin qui condotte sulla portata
della privitazzazione del lavoro pubblico –
la possibilità di dare vita nelle realtà aziendali
ad un sistema di relazioni sindacali davvero
improntato a rapporti di forza (come
si usa dire nel gergo privatistico) tra le controparti.
Un sistema nel quale, in altri termini, sia
affidata alla capacità ed alla responsabilità
dei diversi attori negoziali l’interpretazione
del proprio ruolo nel relativo processo
decisionale,potendo contare su di uno spazio
“minimo” di negoziato comunque da
affrontare ed affidando la gestazione delle
restanti scelte organizzative alle valutazioni
delle parti fondate sulle rispettive ragioni
di convenienza/opportunità.
Non sfugge la consapevolezza che tutto
questo richiede alla contrattazione nazionale
uno sforzo non indifferente, quello di
investire nel (e dare, quindi, maggior fiducia
al) momento negoziale integrativo, che
pure fino ad oggi non ha talvolta offerto
convincenti esempi di contrattazione.
Ma – oltre alle sicure difficoltà incontrate
da chi è stato chiamato a doversi
cimentare con la nuova strumentazione
contrattuale – un peso determinante in tali
vicissitudini ha giocato la complessità del
modello di relazioni contrattuali, i cui livelli
hanno finito per risultare ridondanti
rispetto alle esigenze della maggior parte
degli enti e, soprattutto, condizionanti una
serie di comportamenti dei protagonisti,
stretti tra il rispetto del riparto di materie
tra tali livelli e la volontà di pervenire alla
soluzione più efficace e non sempre agevolata
dal tipo di rapporto con il sindacato
per essa previsto.
Maggiore libertà, quindi, ma anche maggiore
responsabilizzazione dei datori di
lavoro sul territorio, dentro una cornice di
regole più agile e con obblighi di trattare
limitati a pochi, ma fondamentali istituti.
Maggior responsabilizzazione anche nel
governo dei processi di spesa, anche in
questo caso con una strumentazione più
agile, chiara, di facile applicabilità e controllabilità
da parte degli Enti stessi.