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VOCE CAMERALE SETTEMBRE 2007

 
L’intervento del dirigente di Unioncamere Nazionale


“Il contratto specifico di
comparto? Attenti perché porta
poche novità e molti rischi”


**Unioncamere Nazionale

Quando vengo ai vostri incontri mi sento un po’ a casa perché ho davanti colleghi con i quali condividiamo non solo un confronto istituzionale, un confronto che a me comunque sembra normale se talvolta registra delle posizioni diverse, dei punti di partenza differenti. Credo che l’importante sia condividere un percorso nei suoi obiettivi generali e, in mezzo a questo percorso, condividere anche dei passi che vanno nella stessa direzione.
Mi piace il titolo dato al convegno che è un capolavoro di equilibrio. “Verso”… c’è questo senso di moto… una nuova qualità della pubblica amministrazione.
Siamo tutti attenti all’aspettativa del nuovo che deve essere portato avanti, che deve essere introdotto nei servizi e nel lavoro.
Abbiamo ragionato su questo tema: credo che nessuno come le persone che lavorano nel sistema camerale avvertono l’esigenza del cambiamento, spinte da una utenza che, senza nulla togliere al cittadino, ha però una forza del tutto particolare, una indubbia autorevolezza nel porre le sue richieste, le sue condizioni, alla pubblica amministrazione.
Anche se questo non ce lo sentiamo sufficientemente riconosciuto, noi crediamo di essere quel pezzetto di Stato che si trova lì a rappresentare una rete sul territorio, a stare sul campo, con gli sportelli faccia a faccia con la parte produttiva del Paese, oggi impiegando la telematica e il digitale. Peraltro ci sono volute sei proroghe in parlamento per arrivare a rendere obbligatorio agli utenti l’utilizzo del digitale: ma ormai gran parte delle imprese si rapporta alle Camere di commercio con strumenti digitali e chi lavora negli enti camerali sta su questa frontiera dei servizi con la dignità che certamente non gli conferiscono altri. E’ la dignità che viene dall’impegno, dall’etica, dalla quotidianità e dalla cortesia. Del resto noi interroghiamo le imprese, infatti siamo soliti nei nostri sistemi di valutazione non ragionare solo sugli indicatori di bilancio ma anche ascoltare il parere degli utenti. Anche l’Istat fa questo tipo di indagini e anche l’Istat ci dice che le Camere di commercio raggiungono la sufficienza su tutti i parametri indicati e si collocano sul territorio - nelle ultime cinque indagini fatte ogni biennio e, quindi, negli ultimi dieci anni - come la pubblica amministrazione che raggiunge la sufficienza in tutti i parametri. Questo significa sottoporsi ad un giudizio di gradimento che raggiunge la sufficienza in tutti i parametri. Conterà questo pur qualche cosa!
Detto questo io potrei anche smetterla, raccogliendo probabilmente applausi solo per il fatto che finisco qui. Ma debbo però dirvi una cosa: sono estremamente contento di questa chiacchierata perché, senza muovere paglia, senza che Unioncamere abbia dovuto dire una parola, mi sono ritrovato con gli amici del sindacato che hanno chiesto un memorandum ad hoc al ministro.
Vedevamo che per gli enti locali ne sarebbe arrivato un altro; poi abbiamo visto sottoscrivere, nonostante avessimo cercato di spiegare che nell’ambito degli enti locali si dovesse tener conto anche delle Camere, il secondo memorandum.
E noi vogliamo starci dentro con esperienze che spesso corrono il rischio che taluni passaggi finiscano per costituire dei rallentamenti in questo percorso.
Il presidente Cola - nell’aprire questo convegno - parlava di avanguardia del sistema camerale. Ma è bene ricordare che le avanguardie hanno sempre fatto una brutta fine. Oggi siamo sugli schermi con “Trecento”, quelli erano lì, oggi si fa un film su quegli spartani: ma vi voglio ricordare che sono tutti morti. A me questa storia dell’avanguardia comincia un po’ a dar fastidio. Mi dà fastidio sentire ministri di tutti i governi che riconoscono il primato tecnologico del sistema camerale, che riconoscono il nostro milione e mezzo di carte digitali distribuite alle imprese, che riconoscono che i nove milioni di carte distribuite dalla Lombardia e gli 11 milioni distribuiti dalla Sicilia non servono a niente. I cittadini le hanno messe nel portafoglio e non sanno cosa farsene, questi sono sprechi signori!
Mi preoccupa sentir dire del nostro vantaggio telematico. Mi fa piacere che si vada verso obiettivi di connettività tra pubbliche amministrazioni: ma anche qui devo dire, ed ho avvertito il sindacato, che se oggi si può dire che le Camere di commercio raggiungono i propri obiettivi senza oneri a carico dello Stato, non è mica perché i dipendenti conferiscono lo stipendio all’ente! È perché ci sono le imprese che pagano 780 milioni di euro all’anno al sistema camerale e si attendono un qualche ritorno, perché Confindustria, Confartigianato, CNA, Confcommercio, Confesercenti non sono poi così teneri nel considerare e valutare il lavoro delle Camere di commercio.
Allora si comprende quale sia il problema: questa avanguardia corre il rischio di restare sempre in qualche modo coi piedi allo scoperto e questo ci preoccupa. Ci sentiamo sì su quella frontiera del confine di una pubblica amministrazione di eccellenza che è rete e che sa stare sul campo, ma ci sentiamo con qualcosa che va anche oltre la sensazione da “piedi scoperti” perché non sei Stato, non sei ente locale. Quando la Costituzione stava per fare un passaggio per il riconoscimento delle autonomie funzionali questa riforma non è potuta progredire: ma noi ci consideriamo ancora istituzionalmente a rischio sotto questo profilo.
Sono anche soddisfatto su come è stato trattato il tema comparto, perché posso condividere questa corsa al comparto specifico - ed amici ve lo dico senza giri di parole - che nasconde certamente delle aspettative di maggior attenzione rispetto al contratto nazionale sul tema specifico delle Camere di Commercio, ma guardate anche all’esperienza a cui il presidente Massella accennava di Unioncamere; con gli enti dell’art. 70 che fanno un contratto, che fanno una direttiva, ma non riescono a cambiare una parola dei 14 contratti che li precedono, non riescono a trovare uno spazio. La verità è che quelle avanguardie che vogliono provare a disegnare un momento innovativo, sia i datori di lavoro, enti locali, Stato, sia i sindacati, non possono permettersi scritture troppo diverse per un contratto destinato a 10 mila persone rispetto ad un contratto per 600 mila lavoratori. Quando andiamo a chiedere il contratto del comparto, attenzione, perché immaginiamo tante opportunità ma io voglio segnalare alla vostra attenzione anche i tanti rischi.
Oggi io siedo nel Comitato di Settore degli Enti Locali insieme al presidente Palombella, vi assicuro che assisto a delle situazioni faticose. Basta l’esempio dell’ipotesi di contratto della dirigenza: da una direttiva di partenza che doveva mettere risorse in più sul salario variabile, sulla parte variabile del risultato, ci ritroviamo a disporre di quattro petecchie, come si dice a Roma. Ma come si sostengono le politiche di sviluppo ed efficienza con quattro petecchie? Certo se poi devo dire, e mi obiettano, che stiamo chiudendo un contratto 2004- 2005… allora concordo nel dire che non si possono fare i contratti a testa all’indietro! Si può pensare di modificare quello che è accaduto? Si può modificare e cambiare quello che deve decorrere dal primo gennaio 2004? Non saprei se c’è una mente che fa sì che accada questo.
Quando ero più giovane pensavo che c’era questo qualcuno e che stava nel sindacato. Oggi non sono più convinto di questo: non sono neppure convinto che ci sia una mente che fa arrivare regolarmente i contratti alla fine dei bienni e dei quadrienni. Però dico che questo è un tema che leggo poco, ma è un punto fondamentale perché di petalo in petalo, di giorno in giorno, si spogliano le direttive, si spoglia il contenuto del dibattito. E che vuoi fare il 3 aprile del 2007 per un contratto 2004 – 2005?
Si cambierà al prossimo contratto… e giù dichiarazioni a verbale! Non si può andare avanti così, non è un problema di comparto: questo è un problema di processo di negoziazione, intendo per processo dalla nascita delle direttive alla sottoscrizione del contratto.
Però sono soddisfatto delle osservazioni che sono state fatte sul comparto; come Unioncamere abbiamo sempre ritenuto che la specificità deve essere riconosciuta, ma che deve essere riconosciuta all’interno di un quadro che è quello del contratto nazionale. Che deve essere un quadro sempre più leggero e che quindi deve guardare le specificità in modo “macro”, molto macro. Perché altrimenti c’è una contraddizione in termini nel chiedere un contratto leggero e poi delle specificità molto forti. Su questo con le Regioni e l’Anci - ho partecipato a comitati di settore avvilenti sotto questo punto di vista, perché si discute di un principio politico non di un processo di negoziazione - arriveremo a questo punto di equilibrio. Dopo di che qualcuno ci chiederà: ma dove siete nel contratto delle Regioni o nel contratto enti locali voi Camere? Noi siamo più dei Comuni, facciamo programmazione di politica economica sul territorio come le Regioni, abbiamo un organigramma con le qualifiche più alte, più pesanti come le Regioni, non abbiamo operai ad esempio - queste tipologie sono più presenti nei Comuni -, però ci piace quell’atteggiamento forte dei Comuni nel voler cercare delle innovazioni nei meccanismi che riguardano gli strumenti di salario di produttività. Perché siamo più vicini a loro nel rapporto dirigentipersonale.
Le Regioni vogliono andare a mettere in collegamento la parte personale con la parte dirigente: spostare risorse, hanno troppa gente, troppa, anche meglio pagata oltre che troppa, però questo non è un problema nostro. Ho sentito il presidente Cola dire che occorre più organico: di solito gli amministratori quando si siedono ai tavoli sottolineano i 390 milioni di euro di spesa del costo del lavoro all’interno del sistema camerale, 780 milioni, vi dicevo, sono le risorse che le imprese conferiscono.
Ecco che, insomma, siamo su un confine delicato perché oltre questo 50% i nostri amici delle associazioni ci dicono che ci danno i soldi per autofinanziarci.
Non va bene: noi vogliamo i soldi dalle imprese per partecipare allo sviluppo del paese, però siamo su questo 50%.
Allora gli amministratori lo presidiano questo confine, però il presidente Cola si rende conto che c’è bisogno di risorse professionali.
Queste sono le nostre tabelle: come vedete il diagramma scende. Siamo stati tra i settori che sono stati al gioco di ridurre il numero degli organici. Si tratta di 500 persone in meno. Però 500 su 8300 è una componente importante. Peraltro alcune di queste riduzioni di organico non sono solo frutto delle politiche di turnover ma ahimè sono frutto dei nostri giovani che vanno via. Mandate i vostri figli a lavorare a 1450 euro netti e 2800 euro medi di salario di produttività di categoria D, mandateceli a lavorare ed a restare oltre i 30-33-35 anni. Per fortuna oggi ci si laurea un po’ più tardi, si lavora ancora un po’ più tardi e fino a 38 anni si è ancora giovani… spesso a casa con mamma e papà. Però oltre questa età i migliori giovani vanno via, ringraziando la Camera di commercio di averli formati a capire mercato e Stato, ma vanno a lavorare in azienda. Siamo fieri di aver formato risorse che vanno a lavorare nelle imprese, a produrre profitto per le imprese, ma questo per noi è un grosso problema: con questi numeri non li tratteniamo i giovani. Allora quando si dice che il precariato è un problema del sindacato, io rispondo solo che i giovani accettano il precariato se significa lavorare un anno prima di quel concorso che è bandito e non si fa. Il problema del precariato è quando tu, poi, non sai offrire a quel giovane una volta entrato una politica retributiva che sia adeguata a quelle che sono le sue aspettative.
Quanto al Memorandum, mi sta bene che ci proponga le sfide di cui si è discusso. Devo anche dire che le Camere di Commercio sui sistemi di valutazione dovrebbero essere un po’ studiate perché penso che possano mostrare cose innovative, fra tante difficoltà.
Sono cinque anni che abbiamo creato un sistema nazionale di benchmarking sugli indicatori di bilancio delle Camere di commercio perché ci rendiamo conto che la autoreferenzialità nel misurare le performance solo all’interno della stessa amministrazione e ragionare su valori ed obiettivi incrementali - ma dentro la stessa amministrazione - è una linea asfittica.
Abbiamo messo in rete gli indicatori di bilancio, uno zoccolo duro di misurazioni: difficile fare valutazioni, nessuno vuole fare il ragioniere o il bilancista dei farmacisti.
Però se non si misura è difficile valutare e allora abbiamo fatto questo sistema che non va a misurare le performance delle persone, ma va a misurare le policy, gli effetti di spesa e le ricadute sul territorio.
Questo fornisce delle informazioni importanti e confrontabili che possono consentire di innestare degli elementi oggettivi negli strumenti di valutazione.
Certo ribadisco che se poi su quei 2800 euro medi per la categoria D, più bassa delle altre, noi possiamo disporre di una parte che si aggira mediamente intorno al 20% - e qualche Camera è riuscita ad andare oltre d’accordo con il sindacato – allora è un discorso. Ma se la parte veramente variabile è di molto inferiore perché il resto è legato a parametri che si trascinano, a parti storiche dei fondi che si trascinano, allora capite che la forza che questi elementi di incentivazione hanno viene disinnescata.
Mi piace anche ricordare che nell’ultimo incontro qui con voi avevo preso degli impegni: uno dei quali riguardava il tema della assistenza integrativa e stavamo ragionando - insieme al sindacato – sulla destinazione di parte di quelle risorse che oggi le Camere finalizzano alle attività di natura assistenziale, sociale e ricreativa (lasciando alle Camere ovviamente una componente di questa sensibile ovviamente alle esigenze più locali), per convertire queste risorse in componente di natura sanitaria. Su questo argomento noi avevamo una dichiarazione nel contratto 2001: ci autorizzava a delle formule di sperimentazione. Purtroppo nel momento in cui abbiamo studiato i dati, nel momento in cui abbiamo creato delle condizioni di consenso, si è rapidamente mosso il tema della previdenza complementare: si sta andando verso la costituzione del fondo, i dipendenti saranno chiamati a fare delle scelte e, quindi, questo impegnerà anche i bilanci camerali per quella parte di contribuzione a carico degli enti che noi abbiamo stimato in 4 milioni di euro. Una situazione che sta condizionando in qualche modo quell’impegno che io avevo preso con tutti voi di studiare questo tema. Ovviamente il tema non è accantonato ma dovremmo adesso valutarne meglio i tempi rispetto a riflessioni ed oneri che si profilano sul tema del fondo di previdenza.
Ringraziandovi della pazienza di avermi ascoltato: mi congedo portandovi i saluti del presidente Mondello, del segretario generale Tripoli. Ho sentito prima il dr. Eramo del ministero dello Sviluppo Economico che ha avuto un piccolo problema con il papà e quindi non è potuto essere qui. Ma mi faccio portavoce anche dei suoi saluti.

 

 

 

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