
L’intervento del dirigente di Unioncamere Nazionale
“Il
contratto specifico di
comparto? Attenti perché porta
poche novità e molti rischi”

**Unioncamere Nazionale
Quando vengo ai vostri incontri mi sento un po’ a casa
perché ho davanti colleghi con i quali condividiamo non
solo un confronto istituzionale, un confronto che a me
comunque sembra normale se talvolta registra delle
posizioni diverse, dei punti di partenza differenti.
Credo che l’importante sia condividere un percorso nei
suoi obiettivi generali e, in mezzo a questo percorso,
condividere anche dei passi che vanno nella stessa
direzione.
Mi piace il titolo dato al convegno che è un capolavoro
di equilibrio. “Verso”… c’è questo senso di moto… una
nuova qualità della pubblica amministrazione.
Siamo tutti attenti all’aspettativa del nuovo che deve
essere portato avanti, che deve essere introdotto nei
servizi e nel lavoro.
Abbiamo ragionato su questo tema: credo che nessuno come
le persone che lavorano nel sistema camerale avvertono
l’esigenza del cambiamento, spinte da una utenza che,
senza nulla togliere al cittadino, ha però una forza del
tutto particolare, una indubbia autorevolezza nel porre
le sue richieste, le sue condizioni, alla pubblica
amministrazione.
Anche se questo non ce lo sentiamo sufficientemente
riconosciuto, noi crediamo di essere quel pezzetto di
Stato che si trova lì a rappresentare una rete sul
territorio, a stare sul campo, con gli sportelli faccia
a faccia con la parte produttiva del Paese, oggi
impiegando la telematica e il digitale. Peraltro ci sono
volute sei proroghe in parlamento per arrivare a rendere
obbligatorio agli utenti l’utilizzo del digitale: ma
ormai gran parte delle imprese si rapporta alle Camere
di commercio con strumenti digitali e chi lavora negli
enti camerali sta su questa frontiera dei servizi con la
dignità che certamente non gli conferiscono altri. E’ la
dignità che viene dall’impegno, dall’etica, dalla
quotidianità e dalla cortesia. Del resto noi
interroghiamo le imprese, infatti siamo soliti nei
nostri sistemi di valutazione non ragionare solo sugli
indicatori di bilancio ma anche ascoltare il parere
degli utenti. Anche l’Istat fa questo tipo di indagini e
anche l’Istat ci dice che le Camere di commercio
raggiungono la sufficienza su tutti i parametri indicati
e si collocano sul territorio - nelle ultime cinque
indagini fatte ogni biennio e, quindi, negli ultimi
dieci anni - come la pubblica amministrazione che
raggiunge la sufficienza in tutti i parametri. Questo
significa sottoporsi ad un giudizio di gradimento che
raggiunge la sufficienza in tutti i parametri. Conterà
questo pur qualche cosa!
Detto questo io potrei anche smetterla, raccogliendo
probabilmente applausi solo per il fatto che finisco
qui. Ma debbo però dirvi una cosa: sono estremamente
contento di questa chiacchierata perché, senza muovere
paglia, senza che Unioncamere abbia dovuto dire una
parola, mi sono ritrovato con gli amici del sindacato
che hanno chiesto un memorandum ad hoc al ministro.
Vedevamo che per gli enti locali ne sarebbe arrivato un
altro; poi abbiamo visto sottoscrivere, nonostante
avessimo cercato di spiegare che nell’ambito degli enti
locali si dovesse tener conto anche delle Camere, il
secondo memorandum.
E noi vogliamo starci dentro con esperienze che spesso
corrono il rischio che taluni passaggi finiscano per
costituire dei rallentamenti in questo percorso.
Il presidente Cola - nell’aprire questo convegno -
parlava di avanguardia del sistema camerale. Ma è bene
ricordare che le avanguardie hanno sempre fatto una
brutta fine. Oggi siamo sugli schermi con “Trecento”,
quelli erano lì, oggi si fa un film su quegli spartani:
ma vi voglio ricordare che sono tutti morti. A me questa
storia dell’avanguardia comincia un po’ a dar fastidio.
Mi dà fastidio sentire ministri di tutti i governi che
riconoscono il primato tecnologico del sistema camerale,
che riconoscono il nostro milione e mezzo di carte
digitali distribuite alle imprese, che riconoscono che i
nove milioni di carte distribuite dalla Lombardia e gli
11 milioni distribuiti dalla Sicilia non servono a
niente. I cittadini le hanno messe nel portafoglio e non
sanno cosa farsene, questi sono sprechi signori!
Mi preoccupa sentir dire del nostro vantaggio
telematico. Mi fa piacere che si vada verso obiettivi di
connettività tra pubbliche amministrazioni: ma anche qui
devo dire, ed ho avvertito il sindacato, che se oggi si
può dire che le Camere di commercio raggiungono i propri
obiettivi senza oneri a carico dello Stato, non è mica
perché i dipendenti conferiscono lo stipendio all’ente!
È perché ci sono le imprese che pagano 780 milioni di
euro all’anno al sistema camerale e si attendono un
qualche ritorno, perché Confindustria, Confartigianato,
CNA, Confcommercio, Confesercenti non sono poi così
teneri nel considerare e valutare il lavoro delle Camere
di commercio.
Allora si comprende quale sia il problema: questa
avanguardia corre il rischio di restare sempre in
qualche modo coi piedi allo scoperto e questo ci
preoccupa. Ci sentiamo sì su quella frontiera del
confine di una pubblica amministrazione di eccellenza
che è rete e che sa stare sul campo, ma ci sentiamo con
qualcosa che va anche oltre la sensazione da “piedi
scoperti” perché non sei Stato, non sei ente locale.
Quando la Costituzione stava per fare un passaggio per
il riconoscimento delle autonomie funzionali questa
riforma non è potuta progredire: ma noi ci consideriamo
ancora istituzionalmente a rischio sotto questo profilo.
Sono anche soddisfatto su come è stato trattato il tema
comparto, perché posso condividere questa corsa al
comparto specifico - ed amici ve lo dico senza giri di
parole - che nasconde certamente delle aspettative di
maggior attenzione rispetto al contratto nazionale sul
tema specifico delle Camere di Commercio, ma guardate
anche all’esperienza a cui il presidente Massella
accennava di Unioncamere; con gli enti dell’art. 70 che
fanno un contratto, che fanno una direttiva, ma non
riescono a cambiare una parola dei 14 contratti che li
precedono, non riescono a trovare uno spazio. La verità
è che quelle avanguardie che vogliono provare a
disegnare un momento innovativo, sia i datori di lavoro,
enti locali, Stato, sia i sindacati, non possono
permettersi scritture troppo diverse per un contratto
destinato a 10 mila persone rispetto ad un contratto per
600 mila lavoratori. Quando andiamo a chiedere il
contratto del comparto, attenzione, perché immaginiamo
tante opportunità ma io voglio segnalare alla vostra
attenzione anche i tanti rischi.
Oggi io siedo nel Comitato di Settore degli Enti Locali
insieme al presidente Palombella, vi assicuro che
assisto a delle situazioni faticose. Basta l’esempio
dell’ipotesi di contratto della dirigenza: da una
direttiva di partenza che doveva mettere risorse in più
sul salario variabile, sulla parte variabile del
risultato, ci ritroviamo a disporre di quattro
petecchie, come si dice a Roma. Ma come si sostengono le
politiche di sviluppo ed efficienza con quattro
petecchie? Certo se poi devo dire, e mi obiettano, che
stiamo chiudendo un contratto 2004- 2005… allora
concordo nel dire che non si possono fare i contratti a
testa all’indietro! Si può pensare di modificare quello
che è accaduto? Si può modificare e cambiare quello che
deve decorrere dal primo gennaio 2004? Non saprei se c’è
una mente che fa sì che accada questo.
Quando ero più giovane pensavo che c’era questo qualcuno
e che stava nel sindacato. Oggi non sono più convinto di
questo: non sono neppure convinto che ci sia una mente
che fa arrivare regolarmente i contratti alla fine dei
bienni e dei quadrienni. Però dico che questo è un tema
che leggo poco, ma è un punto fondamentale perché di
petalo in petalo, di giorno in giorno, si spogliano le
direttive, si spoglia il contenuto del dibattito. E che
vuoi fare il 3 aprile del 2007 per un contratto 2004 –
2005?
Si cambierà al prossimo contratto… e giù dichiarazioni a
verbale! Non si può andare avanti così, non è un
problema di comparto: questo è un problema di processo
di negoziazione, intendo per processo dalla nascita
delle direttive alla sottoscrizione del contratto.
Però sono soddisfatto delle osservazioni che sono state
fatte sul comparto; come Unioncamere abbiamo sempre
ritenuto che la specificità deve essere riconosciuta, ma
che deve essere riconosciuta all’interno di un quadro
che è quello del contratto nazionale. Che deve essere un
quadro sempre più leggero e che quindi deve guardare le
specificità in modo “macro”, molto macro. Perché
altrimenti c’è una contraddizione in termini nel
chiedere un contratto leggero e poi delle specificità
molto forti. Su questo con le Regioni e l’Anci - ho
partecipato a comitati di settore avvilenti sotto questo
punto di vista, perché si discute di un principio
politico non di un processo di negoziazione - arriveremo
a questo punto di equilibrio. Dopo di che qualcuno ci
chiederà: ma dove siete nel contratto delle Regioni o
nel contratto enti locali voi Camere? Noi siamo più dei
Comuni, facciamo programmazione di politica economica
sul territorio come le Regioni, abbiamo un organigramma
con le qualifiche più alte, più pesanti come le Regioni,
non abbiamo operai ad esempio - queste tipologie sono
più presenti nei Comuni -, però ci piace
quell’atteggiamento forte dei Comuni nel voler cercare
delle innovazioni nei meccanismi che riguardano gli
strumenti di salario di produttività. Perché siamo più
vicini a loro nel rapporto dirigentipersonale.
Le Regioni vogliono andare a mettere in collegamento la
parte personale con la parte dirigente: spostare
risorse, hanno troppa gente, troppa, anche meglio pagata
oltre che troppa, però questo non è un problema nostro.
Ho sentito il presidente Cola dire che occorre più
organico: di solito gli amministratori quando si siedono
ai tavoli sottolineano i 390 milioni di euro di spesa
del costo del lavoro all’interno del sistema camerale,
780 milioni, vi dicevo, sono le risorse che le imprese
conferiscono.
Ecco che, insomma, siamo su un confine delicato perché
oltre questo 50% i nostri amici delle associazioni ci
dicono che ci danno i soldi per autofinanziarci.
Non va bene: noi vogliamo i soldi dalle imprese per
partecipare allo sviluppo del paese, però siamo su
questo 50%.
Allora gli amministratori lo presidiano questo confine,
però il presidente Cola si rende conto che c’è bisogno
di risorse professionali.
Queste sono le nostre tabelle: come vedete il diagramma
scende. Siamo stati tra i settori che sono stati al
gioco di ridurre il numero degli organici. Si tratta di
500 persone in meno. Però 500 su 8300 è una componente
importante. Peraltro alcune di queste riduzioni di
organico non sono solo frutto delle politiche di
turnover ma ahimè sono frutto dei nostri giovani che
vanno via. Mandate i vostri figli a lavorare a 1450 euro
netti e 2800 euro medi di salario di produttività di
categoria D, mandateceli a lavorare ed a restare oltre i
30-33-35 anni. Per fortuna oggi ci si laurea un po’ più
tardi, si lavora ancora un po’ più tardi e fino a 38
anni si è ancora giovani… spesso a casa con mamma e
papà. Però oltre questa età i migliori giovani vanno
via, ringraziando la Camera di commercio di averli
formati a capire mercato e Stato, ma vanno a lavorare in
azienda. Siamo fieri di aver formato risorse che vanno a
lavorare nelle imprese, a produrre profitto per le
imprese, ma questo per noi è un grosso problema: con
questi numeri non li tratteniamo i giovani. Allora
quando si dice che il precariato è un problema del
sindacato, io rispondo solo che i giovani accettano il
precariato se significa lavorare un anno prima di quel
concorso che è bandito e non si fa. Il problema del
precariato è quando tu, poi, non sai offrire a quel
giovane una volta entrato una politica retributiva che
sia adeguata a quelle che sono le sue aspettative.
Quanto al Memorandum, mi sta bene che ci proponga le
sfide di cui si è discusso. Devo anche dire che le
Camere di Commercio sui sistemi di valutazione
dovrebbero essere un po’ studiate perché penso che
possano mostrare cose innovative, fra tante difficoltà.
Sono cinque anni che abbiamo creato un sistema nazionale
di benchmarking sugli indicatori di bilancio delle
Camere di commercio perché ci rendiamo conto che la
autoreferenzialità nel misurare le performance solo
all’interno della stessa amministrazione e ragionare su
valori ed obiettivi incrementali - ma dentro la stessa
amministrazione - è una linea asfittica.
Abbiamo messo in rete gli indicatori di bilancio, uno
zoccolo duro di misurazioni: difficile fare valutazioni,
nessuno vuole fare il ragioniere o il bilancista dei
farmacisti.
Però se non si misura è difficile valutare e allora
abbiamo fatto questo sistema che non va a misurare le
performance delle persone, ma va a misurare le policy,
gli effetti di spesa e le ricadute sul territorio.
Questo fornisce delle informazioni importanti e
confrontabili che possono consentire di innestare degli
elementi oggettivi negli strumenti di valutazione.
Certo ribadisco che se poi su quei 2800 euro medi per la
categoria D, più bassa delle altre, noi possiamo
disporre di una parte che si aggira mediamente intorno
al 20% - e qualche Camera è riuscita ad andare oltre
d’accordo con il sindacato – allora è un discorso. Ma se
la parte veramente variabile è di molto inferiore perché
il resto è legato a parametri che si trascinano, a parti
storiche dei fondi che si trascinano, allora capite che
la forza che questi elementi di incentivazione hanno
viene disinnescata.
Mi piace anche ricordare che nell’ultimo incontro qui
con voi avevo preso degli impegni: uno dei quali
riguardava il tema della assistenza integrativa e
stavamo ragionando - insieme al sindacato – sulla
destinazione di parte di quelle risorse che oggi le
Camere finalizzano alle attività di natura
assistenziale, sociale e ricreativa (lasciando alle
Camere ovviamente una componente di questa sensibile
ovviamente alle esigenze più locali), per convertire
queste risorse in componente di natura sanitaria. Su
questo argomento noi avevamo una dichiarazione nel
contratto 2001: ci autorizzava a delle formule di
sperimentazione. Purtroppo nel momento in cui abbiamo
studiato i dati, nel momento in cui abbiamo creato delle
condizioni di consenso, si è rapidamente mosso il tema
della previdenza complementare: si sta andando verso la
costituzione del fondo, i dipendenti saranno chiamati a
fare delle scelte e, quindi, questo impegnerà anche i
bilanci camerali per quella parte di contribuzione a
carico degli enti che noi abbiamo stimato in 4 milioni
di euro. Una situazione che sta condizionando in qualche
modo quell’impegno che io avevo preso con tutti voi di
studiare questo tema. Ovviamente il tema non è
accantonato ma dovremmo adesso valutarne meglio i tempi
rispetto a riflessioni ed oneri che si profilano sul
tema del fondo di previdenza.
Ringraziandovi della pazienza di avermi ascoltato: mi
congedo portandovi i saluti del presidente Mondello, del
segretario generale Tripoli. Ho sentito prima il dr.
Eramo del ministero dello Sviluppo Economico che ha
avuto un piccolo problema con il papà e quindi non è
potuto essere qui. Ma mi faccio portavoce anche dei suoi
saluti.