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L’Italia perde posizioni nella top-ten mondiale
ed il Parlamento appare disattento
Troppe ombre sul turismo, per cambiare rotta
la politica non vada in vacanza
di
Federico De Lella
*Direttore responsabile “Settimanale Confsal”
Turismo in crisi. Adesso il grido d’allarme parte anche da
Confindustria che da sempre, tutta protesa a tutelare solo i
propri associati, ha trascurato in maniera assai superficiale il
potenziale di un settore produttivo trainante per l’intero
Paese.
E’ stato proprio
Luca Cordero di Montezemolo, nell’assemblea tenutasi al Teatro
San Carlo di Napoli, a evidenziare il problema.
“Il
turismo è una grande opportunità”, ha detto, ma perde colpi
ormai da tempo. “Serve un segnale forte”. Richiamo questo assai
opportuno ma decisamente tardivo.
Ne sono la prova più evidente i bilanci dell’estate appena
trascorsa decisamente sconfortanti dal momento che si è
registrato un calo di presenze turistiche ancor più accentuato
di quello dello scorso anno che di per sé era già assai
consistente.
Per
la precisione si è passati dai 29 milioni di turisti del 2004 ai
23 milioni del 2005.
Come dire che il turismo, prima industria nazionale del nostro
Paese dal momento che fattura il 12 per cento del Pil, ha
perduto, indotto compreso, oltre 1 miliardo di euro e non meno
di 500 mila posti di lavoro sia pure stagionale e in parte
irregolare.
Il calo delle presenze turistiche, sia ben chiaro, non è un
fenomeno solo italiano ma interessa l’intera Europa tant’è che
il Parlamento europeo lo ha attentamente esaminato l’8 settembre
scorso e ha formulato una serie di proposte per tentare di
rilanciare il settore in Eurolandia dove è seriamente minacciato
dalle allettanti offerte provenienti anche dai paesi emergenti
dell’area medio orientale e nord africana.
Di qui una serie di raccomandazioni dei parlamentari europei
volte a “ incoraggiare nel settore la competitività e la qualità
dei servizi, a esortare ad una migliore protezione dei
consumatori, a sollecitare nuove iniziative a favore del turismo
sostenibile proponendo anche la promozione delle mete turistiche
europee”.
Il
tutto da realizzarsi prioritariamente attraverso lo sviluppo
dell’agriturismo, la salvaguardia del paesaggio, conservando
“l’identità culturale del mondo agricolo attraverso la
promozione delle tradizioni locali e dei prodotti tipici
enogastronomici”.
L’Italia può ben accogliere con favore le raccomandazioni del
Parlamento europeo ma, lo abbiamo ripetuto più volte, ha ben
altre risorse che non l’agriturismoda far valere.
Basti pensare, infatti, che annovera oltre il 70 per cento delle
opere d’arte esistenti al mondo e che centinaia delle sue città,
escludendo anche quelle notissime – Roma, Firenze e Venezia –
sono veri e propri musei all’aperto, un unicum irripetibile in
quanto ad arte, storia e cultura.
Purtroppo tutto questo è stato dato sempre per “ scontato” dai
nostri governanti del presente e del passato che si sono
crogiolati sull’esistente, ineffabili nella loro ottusa
imprevidenza, quasi che per dono divino al nostro Paese fosse
stato concesso il monopolio del turismo mondiale.
E intanto gli altri paesi si sono andati attrezzando facendo
tesoro di tutto ciò che in qualche modo potesse attrarre il
turismo internazionale. Forti dell’immobilismo dell’Italia in
molti hanno fatto passi giganteschilocata al terzo posto negli
anni ’50 (dietro Usa e Canada) è ora preceduta da Francia,
Spagna, Stati Uniti e Cina ovvero è retrocessa ad un quinto
posto minacciato pericolosamente, tra l’altro, dai paesi
emergenti in forte espansione economica, con particolare
riferimento a India e Cina, che muovono flussi crescenti in
entrata e in uscita.

Un vero e proprio declino della nostra più importante industria
nazionale, dunque, motivato dalla latitanza della politica ma
anche da molteplici concause quali l’aumento spropositato dei
costi di soggiorno, le note carenze dei servizi,
l’impreparazione professionale degli addetti del settore, la
microcriminalità ma, principalmente, dalla mancanza di una
strategia nazionale che serva per rilanciare l’immagine Italia
con il suo patrimonio artistico e culturale.
Cosa questa che non si può certo verifi care quando si assiste
invece allo svuotamento di poteri dell’Enit – ente nazionale
italiano per il turismo – che in passato, pur con le limitazioni
economiche imposte dalla politica, aveva ben meritato.
Oggi,
come decentramento ha imposto, sono solo le Regioni che si
occupano dell’organizzazione turistica e lo fanno in maniera
approssimativa, dilettantesca, settaria e spesso in concorrenza
tra loro, interpretando in maniera scriteriata, e non di rado a
casaccio, la pur insufficiente legge n. 135 del 2001.
E i risultati si vedono! Bisogna a questo punto, cambiare rotta
e considerare l’andamento negativo del turismo come una
emergenza nazionale per poi agire di conseguenza. Si tratta pur
sempre di rilanciare la sola impresa italiana per la quale il
sostantivo competitività abbia ancora un significato reale.
I 24 milioni di euro annui destinati dall’esecutivo al settore
sono palesemente insufficienti se solo si considerano gli
incentivi stanziati per analogo scopo da altri paesi nostri
diretti concorrenti: la Francia 98 milioni di euro l’anno, la
Spagna 118 e la “piccola” Austria 40.
E si può star certi, per le ragioni già illustrate, che dei 200
milioni di euro sollecitati da Federalberghi per rilanciare il
settore non un solo centesimo verrà stanziato con la Finanziaria
a tale scopo.
Bisogna, dunque, rivedere tutta la materia con lungimiranza,
intelligenza, spirito costruttivo, capacità imprenditoriali.
Tutte doti queste che i nostri uomini politici così impegnati
nelle miserevoli e squallide beghe di partito, non hanno e non
possono avere.
E
allora intervenga il Parlamento, che è diretta espressione del
popolo, per fornire precise e opportune indicazioni su tutta la
materia attraverso un apposito provvedimento di legge.
Solo così, forse, il turismo del nostro Paese tornerà, con pieno
diritto, a primeggiare in campo mondiale.
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