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VOCE CAMERALE GENNAIO - MARZO 2006

L’Italia perde posizioni nella top-ten mondiale
ed il Parlamento appare disattento

 

Troppe ombre sul turismo, per cambiare rotta
la politica non vada in vacanza

 

di Federico De Lella

*Direttore responsabile “Settimanale Confsal”

 

Turismo in crisi. Adesso il grido d’allarme parte anche da Confindustria che da sempre, tutta protesa a tutelare solo i propri associati, ha trascurato in maniera assai superficiale il potenziale di un settore produttivo trainante per l’intero Paese.


E’ stato proprio Luca Cordero di Montezemolo, nell’assemblea tenutasi al Teatro San Carlo di Napoli, a evidenziare il problema.

 “Il turismo è una grande opportunità”, ha detto, ma perde colpi ormai da tempo. “Serve un segnale forte”. Richiamo questo assai opportuno ma decisamente tardivo.
Ne sono la prova più evidente i bilanci dell’estate appena trascorsa decisamente sconfortanti dal momento che si è registrato un calo di presenze turistiche ancor più accentuato di quello dello scorso anno che di per sé era già assai consistente.
 

Per la precisione si è passati dai 29 milioni di turisti del 2004 ai 23 milioni del 2005.
Come dire che il turismo, prima industria nazionale del nostro Paese dal momento che fattura il 12 per cento del Pil, ha perduto, indotto compreso, oltre 1 miliardo di euro e non meno di 500 mila posti di lavoro sia pure stagionale e in parte irregolare.
Il calo delle presenze turistiche, sia ben chiaro, non è un fenomeno solo italiano ma interessa l’intera Europa tant’è che il Parlamento europeo lo ha attentamente esaminato l’8 settembre scorso e ha formulato una serie di proposte per tentare di rilanciare il settore in Eurolandia dove è seriamente minacciato dalle allettanti offerte provenienti anche dai paesi emergenti dell’area medio orientale e nord africana.
Di qui una serie di raccomandazioni dei parlamentari europei volte a “ incoraggiare nel settore la competitività e la qualità dei servizi, a esortare ad una migliore protezione dei consumatori, a sollecitare nuove iniziative a favore del turismo sostenibile proponendo anche la promozione delle mete turistiche europee”.
 

Il tutto da realizzarsi prioritariamente attraverso lo sviluppo dell’agriturismo, la salvaguardia del paesaggio, conservando “l’identità culturale del mondo agricolo attraverso la promozione delle tradizioni locali e dei prodotti tipici enogastronomici”.
L’Italia può ben accogliere con favore le raccomandazioni del Parlamento europeo ma, lo abbiamo ripetuto più volte, ha ben altre risorse che non l’agriturismoda far valere.
Basti pensare, infatti, che annovera oltre il 70 per cento delle opere d’arte esistenti al mondo e che centinaia delle sue città, escludendo anche quelle notissime – Roma, Firenze e Venezia – sono veri e propri musei all’aperto, un unicum irripetibile in quanto ad arte, storia e cultura.


Purtroppo tutto questo è stato dato sempre per “ scontato” dai nostri governanti del presente e del passato che si sono crogiolati sull’esistente, ineffabili nella loro ottusa imprevidenza, quasi che per dono divino al nostro Paese fosse stato concesso il monopolio del turismo mondiale.
E intanto gli altri paesi si sono andati attrezzando facendo tesoro di tutto ciò che in qualche modo potesse attrarre il turismo internazionale. Forti dell’immobilismo dell’Italia in molti hanno fatto passi giganteschilocata al terzo posto negli anni ’50 (dietro Usa e Canada) è ora preceduta da Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina ovvero è retrocessa ad un quinto posto minacciato pericolosamente, tra l’altro, dai paesi emergenti in forte espansione economica, con particolare riferimento a India e Cina, che muovono flussi crescenti in entrata e in uscita.

 


Un vero e proprio declino della nostra più importante industria nazionale, dunque, motivato dalla latitanza della politica ma anche da molteplici concause quali l’aumento spropositato dei costi di soggiorno, le note carenze dei servizi, l’impreparazione professionale degli addetti del settore, la microcriminalità ma, principalmente, dalla mancanza di una strategia nazionale che serva per rilanciare l’immagine Italia con il suo patrimonio artistico e culturale.
Cosa questa che non si può certo verifi care quando si assiste invece allo svuotamento di poteri dell’Enit – ente nazionale italiano per il turismo – che in passato, pur con le limitazioni economiche imposte dalla politica, aveva ben meritato.
 

Oggi, come decentramento ha imposto, sono solo le Regioni che si occupano dell’organizzazione turistica e lo fanno in maniera approssimativa, dilettantesca, settaria e spesso in concorrenza tra loro, interpretando in maniera scriteriata, e non di rado a casaccio, la pur insufficiente legge n. 135 del 2001.
E i risultati si vedono! Bisogna a questo punto, cambiare rotta e considerare l’andamento negativo del turismo come una emergenza nazionale per poi agire di conseguenza. Si tratta pur sempre di rilanciare la sola impresa italiana per la quale il sostantivo competitività abbia ancora un significato reale.
I 24 milioni di euro annui destinati dall’esecutivo al settore sono palesemente insufficienti se solo si considerano gli incentivi stanziati per analogo scopo da altri paesi nostri diretti concorrenti: la Francia 98 milioni di euro l’anno, la Spagna 118 e la “piccola” Austria 40.


E si può star certi, per le ragioni già illustrate, che dei 200 milioni di euro sollecitati da Federalberghi per rilanciare il settore non un solo centesimo verrà stanziato con la Finanziaria a tale scopo.
Bisogna, dunque, rivedere tutta la materia con lungimiranza, intelligenza, spirito costruttivo, capacità imprenditoriali.
Tutte doti queste che i nostri uomini politici così impegnati nelle miserevoli e squallide beghe di partito, non hanno e non possono avere.
 

E allora intervenga il Parlamento, che è diretta espressione del popolo, per fornire precise e opportune indicazioni su tutta la materia attraverso un apposito provvedimento di legge.


Solo così, forse, il turismo del nostro Paese tornerà, con pieno diritto, a primeggiare in campo mondiale.

 

 

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