S.N.A.L.C.C. |
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Il mondo del lavoro sta attraversando una fase di transizione che presumibilmente porterà nel medio periodo a degli assetti molto diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Se è vero che tali mutamenti sono fisiologicamente legati alle evoluzione sociali, non di meno è parimenti vero quanto sia necessaria un’azione di consapevole proiezione prospettica degli effetti che “il domani” registrerà sulla base delle decisioni prese “oggi”.
Molti potrebbero essere gli spunti utili per tali tipi di riflessioni (revisione del modello contrattuale del 1993, basse campagne d’informazione (??) contro il pubblico impiego, difficoltà dell’attuale modello rappresentativo sindacale), ma voglio soffermarmi su due argomenti che vedono la P.A. recitare un ruolo (spero non del tutto consapevole) di primo piano che si sostanzia in azioni che, nel tempo, hanno minato (e stanno minando) fortemente l’orizzonte futuro dei lavoratori.
In primo luogo, ed è un argomento lungamente evidenziato e dibattuto nel tempo, le PP.AA hanno contribuito ad alimentare, attraverso massicci ricorsi ai lavoratori a tempo determinato, quel lavoro “precario” del quale si stanno registrando gli effetti negativi sociali e che rappresenta una vera e propria colpa collettiva consistente nell’aver “rubato il futuro”, o perlomeno fortemente limitato, a parte di almeno un paio di generazioni.
In secondo luogo, voglio lanciare quella che al momento può sembrare una provocazione, ovvero: si vogliono creare i presupposti per cui i lavoratori pubblici abbiano delle prospettive di crescita professionale ed economica? Invito tutti a riflettere sugli effetti che stanno avendo molte decisioni sul lavoro pubblico. Si sta affermando un sistema che sta limitando le prospettive di molti lavoratori, in questo caso, a tempo indeterminato. Le varie normative riguardanti il turn-over nelle assunzioni nella P.A. hanno di fatto innescato un trade-off negativo totalmente subito dai pubblici dipendenti, che vengono posti nella condizione di scegliere tra l’augurarsi un miglioramento personale (progressione verticale) a scapito, o della collettività (nel caso non vengano assunti nuovi lavoratori), o di un appesantimento dei propri carichi di lavoro (nelle situazioni in cui, fermi restando i compiti propri di una singola Amministrazione, si registrino diminuzioni delle consistenze dei lavoratori di ruolo di una P.A., che è condizione principe che permette la progressione verticale dei lavoratori).
Infine tale duplicità viene ribadita dalle ultime visioni che legano alle progressioni verticali delle percentuali da riservare ad assunzioni esterne…. Come dicevo in precedenza, vista la temperie culturale del momento, mi rendo conto che molti potrebbero gridare allo scandalo al solo sentire parlare di “miglioramenti di carriera”, opponendo con costernato buon senso tesi del tipo: “…ma con la crisi che c’è…”, “…già e tanto che hanno il lavoro sicuro…”, “…ma se nella Pubblica Amministrazione è pieno di fannulloni…”. Io sono invece convinto che opporre tecnicismi, impegni comunitari, ragioni di Stato, necessità varie di tagliare la spesa pubblica (a scapito di altri, s’intende…) a delle naturali aspirazioni di chi è meritevole di un percorso di crescita personale, non possa essere condivisibile per almeno due ragioni.
Da un punto di vista etico, tutti gli attori chiamati in causa dovrebbero considerare che i lavoratori sono anche e soprattutto persone, e quindi le scelte economiche devono vedere in loro dei fini e non dei mezzi. Da un punto di vista di governance delle PP.AA., le varie amministrazioni dovrebbero anche utilitaristicamente riflettere sul fatto che dei dipendenti poco motivati (e chi non ha orizzonti difficilmente può essere motivato…) giocoforza nel tempo apporteranno alle organizzazioni un contributo minore rispetto a quello che è nelle loro potenzialità. Concludendo spero che tali riflessioni, se condivisibili, portino a correggere quei meccanismi che stanno già producendo ripercussioni negative e che favoriscono al contempo l’addensarsi di nuvole scure sul nostro futuro lavorativo. ■
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