S.N.A.L.C.C. |
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I miei primi ricordi scolastici sono pochi e confusi, ma un episodio invece è presente nella mia mente come se fosse avvenuto un istante fa. Ricordo il viso sorridente di mia madre che leggeva una mia pagella; non comprendevo bene tutte le parole, ma capivo che non dovevano essere giudizi negativi, altrimenti, mia madre non mi avrebbe sorriso.
Poi, il significato di una frase mi fu del tutto oscuro, decisi allora di intervenire e chiedere cosa volesse intendere la mia maestra, quando scriveva che ero una bambina dotata di “alto senso del dovere”. Mia madre mi spiegò a modo suo, che era una cosa bellissima, che eseguivo i miei compiti senza che qualcuno dovesse spingermi o intervenire, che rispettavo le regole, che ero, in definitiva, una bambina responsabile. Sarà stata questa spiegazione di mia madre, sarà stato il mio DNA, ma da allora questo mio alto senso del dovere non mi ha più abbandonato, non solo nel mio percorso scolastico, ma anche e soprattutto quando mi sono avventurata nel “magico” mondo del lavoro.
Man mano che è passato il tempo e che ho conosciuto e socializzato con altri colleghi “camerali”, ho notato che il senso del dovere non era solo una mia prerogativa; molte delle persone che ho incontrato, infatti, manifestavano il mio stesso attaccamento al lavoro e mostravano il mio stesso spirito di sacrificio; poche le lamentele e poche, soprattutto, le pretese di miglioramenti stipendiali. Sarà per questo, che quando il ministro Brunetta ha parlato di “fannulloni” nel pubblico impiego, dopo un primo momento di sdegno e sconcerto, ho pensato che forse non ci includeva in quella categoria, visto che ci venivano affidati sempre nuovi compiti e nuove funzioni. Mi capita, però, tra le mani la bozza di articolato illustrata dall’Aran relativa alle code contrattuali del contratto regioni-autonomie locali (il biennio economico per intenderci), e mi soffermo sull’articolo che dovrebbe disciplinare le progressioni economiche all’interno delle categorie; il quinto comma – quello più interessante e per certi aspetti anche quello più divertente– statuisce che “a far data dalla sottoscrizione del presente contratto collettivo, gli enti realizzano la progressione economica orizzontale solo con periodicità triennale.
A tal fine, le future progressioni economiche orizzontali potranno essere attribuite solo qualora sia intercorso un effettivo triennio dalla data di decorrenza dell’ultima progressione già realizzata nei singoli enti”. Le delegazioni sindacali hanno ribadito che il CCNL riguarda il biennio economico, e conseguentemente hanno richiesto l’eliminazione dal testo di tutte quelle ipotesi che incidono sulla parte normativa.
Ma non è questo il problema e non è questa la soluzione! Quello che è grave e preoccupante, a mio giudizio, è il percorso che il nostro datore di lavoro ha intenzione di seguire. Forse, non sarà con questo contratto, ma sicuramente con il prossimo sarà questa la strada che intenderà percorrere. La situazione che si prospetta sarà, pertanto, caratterizzata da un lato dalla legge di riforma della P.A. incentrata e concentrata sul concetto di selettività e conseguente valutazione dei risultati raggiunti (ipotesi condivisibile e tra l’altro ampiamente già applicata nelle Camere di Commercio) con l’individuazione, però, di una serie di nuove regole e principi non derogabili dai contratti collettivi, come ad esempio, (e cito testualmente) la possibilità che ”non più di un quarto dei dipendenti potrà beneficiare del trattamento accessorio nella misura massima (e se quelli veramente bravi saranno più di un quarto?), e che non più della metà potrà goderne in misura ridotta al cinquanta per cento”; dall’altro avremo, invece, dei dipendenti, – ad esempio – che seppur meritevoli, capaci, preparati, dovranno aspettare, nella migliore delle ipotesi, – e sempre che ci siano risorse stabili disponibili –, ben 15 anni per passare dalla categoria economica D1 a quella D6.
E allora mi chiedo: tutto questo permetterà alla P.A. di raggiungere quegli obiettivi di efficienza ed efficacia che anche io come cittadino auspico? Tutto questo significherà per i lavoratori raggiungere un nuovo sistema di premialità più giusto ed efficace, o invece scatenerà la solita “guerra tra poveri”? È mia opinione che un sistema rigido come quello delle progressioni economiche (che si irrigiderà ancora di più con il blocco triennale) non sia stato, e a maggior ragione, non sarà lo strumento contrattuale capace di migliorare la produttività e premiare i migliori. Spetterà, in primis, ai sindacati ricercare delle soluzioni che siano in grado di evitare ulteriori “mortificazioni” per i lavoratori della pubblica amministrazione, ma spetterà soprattutto a noi, lavoratori pubblici, riappropriarci di quel “senso del diritto” che abbiamo smarrito nel tempo. ■
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