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VOCE CAMERALE LUGLIO - DICEMBRE 2009

 

 

 

Indipendentemente da come ciascun lettore la pensa, nessuno potrà negare l’anomalia di un Parlamento chiamato spesso a deliberare su leggi che riguardano una singola persona ed a dover ricorrere, per accelerare il normale iter legislativo, al voto di fiducia, pur godendo la maggioranza che governa il Paese di un numero di voti che dovrebbe porla al riparo da sorprese .

 

“L’anomalia Berlusconi” non si caratterizza tanto per il fatto di nutrire una smodata e vantata passione per le donne (che è stato per lungo tempo oggetto di ironia e di richiami morali o moralistici, a seconda del giudicante), ma per il fatto che ha ancora sulle spalle due procedimenti penali dai quali rischia molto probabilmente sentenze di condanna che gli porrebbero problemi di incompatibilità con la carica ricoperta.

 

Cancellato dalla Corte Costituzionale il Lodo Alfano, la maggioranza parlamentare si è trovata nella necessità, in previsione della condanna per corruzione nel cosiddetto processo Mills dell’on. Berlusconi, è stata posta di fronte alla necessità di ricercare una norma legislativa (la 19ma) da approvare prima della fine dell’anno, che lo liberi dai rischi processuali.

 

Le soluzioni appaiono difficili e tutte controverse perché ciascuna non trova il necessario consenso di tutte le forze politiche, anche se la maggioranza ripetutamente dichiara che,in ragione dei numeri, raggiungerà l’obiettivo prefissato.

Si parla di una legge di modifica della costituzione, di reintroduzione della immunità parlamentare,di un ddl. “taglia processi” che anticipi i tempi di un nuovo costituzionale lodo Alfano.

Si riaffaccia, altresì, l’idea di porre fine alle lungaggini dei processi civili e penali introducendo nell’ordinamento giuridico il “processo breve” previsto dalla Carta costituzionale e che in tutti questi anni, malgrado la profonda crisi della giustizia, non ha trovato applicazione.

Ma, a parte la strumentalità della proposta, la soluzione appare di difficile realizzazione perché richiede risorse finanziarie notevoli e profondi cambiamenti della struttura burocratica, e perché la soluzione potrebbe mandare al macero (e qui i numeri divergono) migliaia di processi già istruiti. Le ipotesi formulate presentano quindi lati deboli ed incertezze interpretative, occorre altresì tener presente che l’interprete finale rimane la magistratura, che continua ad esprimere dubbi sulle soluzioni proposte e che,in conseguenza, è sottoposta a continui attacchi da parte della maggioranza parlamentare.

Non sarà facile trovare una soluzione condivisa da tutti. Il Paese paga, così, lo scotto delle mancate riforme strutturali e del persistere di una cultura dello scontro e non del confronto.

Eppure, al di là della crisi economica che ne ha aggravato le conseguenze, è convinzione diffusa che il Paese abbia bisogno di profonde riforme, fra le quali, non secondaria, appare quella della giustizia. Ma per il raggiungimento di risultati veri, occorre che le forze politiche si convincano che senza la cultura del confronto non sarà possibile rinnovare realmente il nostro Paese. Un’operazione ardua, visto come fanno le cose.

 

* avvocato, già parlamentare

 

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