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VOCE CAMERALE GENNAIO 2008

 

La ricostruzione del vice segretario generale, Lucio Tisi

 

200 anni

di storia partenopea

nei saloni della

Camera di Commercio

 

 

 

Vi sarà in Napoli una Camera di Commercio composta di nove individui, oltre l’intendente della provincia, che ne sarà il presidente perpetuo, ed un segretario da noi nominato...”.

Così recitava la Legge n. 102 del 10 marzo 1808 promulgata da Giuseppe Bonaparte, Re di Napoli sin dal febbraio del 1806.

Già in Francia dopo il 1802 erano state ristabilite le Camere di Commercio, precedentemente soppresse dall’Assemblea Nazionale nel 1791, e Giuseppe Bonaparte intendeva, fra l’altro, unificare nei limiti del possibile l’ordinamento giuridico-economico dei territori che direttamente o indirettamente facevano parte dell’Impero.

I compiti del neo-nato organismo attenevano ad una accorta osservazione della vita economica, ed alla proposizione di azioni per migliorare il corso di questa. La Camera di Commercio inoltre nasceva anche come organo tecnico per la valutazione di particolari strumenti dell’economia (pesi e misure) e come organo di consultazione dei Ministeri e degli altri organismi statali.

I nove «individui» che la componevano erano scelti tra le classi dei migliori negozianti di generi all’ingrosso o di cambio.

Creato l’organismo, era a tal punto necessario dotarlo dei mezzi finanziari necessari al suo funzionamento e soprattutto bisognava trovargli una adeguata sede. Questa fu stabilita in Via Toledo nell’edificio del Monte dei Poveri Vergognosi nell’ area attualmente occupata dai Magazzini de «La Rinascente», che ospitò dal 1810 oltre la Camera, la Borsa e il Tribunale di Commercio. Con decreti del febbraio dello stesso anno quindi, per provvedere alla riattazione dello stabile fu imposta una

addizionale sulle bollette di spedizione doganale ed inoltre la Camera fu autorizzata ad imporre una tassa su tutti i contratti di compravendita tra i negozianti

della piazza di Napoli. Quindi nel 1810 la C.C. aveva già una sede ed i primi mezzi finanziari necessari al suo funzionamento.

La Borsa aveva avuto precedentemente a Magnocavallo la sua sede ufficiale, ma le persone d’affari usavano convenire in massa sullo slargo tra via Medina ed il Largo del Castello, l’attuale Piazza Municipio.

Una borsa di cambi e di commercio, «sull’esempio delle nazioni più commerciali» era stata infatti istituita a Napoli fin dal 1778, ma è soltanto con il nuovo secolo che l’Istituto trovò la sua maggiore affermazione con il concorso delle notevoli attività delle case di commercio di Napoli, con i loro ordini in derrate e con la correlata fissazione dei prezzi

dei cereali e degli olii.

L’affermazione a Napoli delle attività economiche, già profilatasi man mano che si andavano eliminando le conseguenze delle guerre Napoleoniche, poteva già considerarsi molto sviluppata intorno al 1820.

Il ripristinato regime borbonico, ebbe il buon senso di riconoscere le utilità dei nuovi istituti introdotti nel decennio Francese e, se anche vi apportò dei ritocchi, li lasciò sostanzialmente invariati.

Re Ferdinando I, con decreto emanato il 19 marzo 1817 riconfermò l’utilità e le funzioni della Camera di Commercio, della Borsa e del Tribunale di Commercio. Anzi fece di più.

La costruzione infatti, di quello che comunemente viene chiamato oggi «Palazzo San Giacomo» e che lungamente andò pure sotto il nome di «Palazzo delle Finanze», ma che in realtà, fino al 1860 fu la sede di tutti i Ministeri del Regno, fece di quella località di Napoli, l’effettivo centro degli affari.

Pertanto il governo vi collocò pure la Camera di Commercio e gli istituti annessi, trasferendoli dalla loro primitiva sede del «Monte dei Poveri Vergognosi ». Con l’occasione, fu concesso anche un ampio cortile ad uso dei mediatori e dei mercanti che tuttavia amarono ancora a lungo riunirsi nella piazza antistante, così come alcuni commercianti (soprattutto di granaglie) preferivano trattare i loro affari nell’ elegante caffè del commercio sito ad angolo tra via Medina e il Largo del Castello.

Nel periodo Borbonico la caratteristica «consultiva» della prima Camera, venne ulteriormente sottolineata. Già nel nome essa apparve evidenziata.

«Camera Consultiva di Commercio»: venne posta alle dirette dipendenze del Segretario di Stato, Ministro degli Affari Interni; la scelta dei componenti non fu più tra «la classe dei migliori negozianti di generi all’ingrosso o di cambio», ma, fra negozianti aventi una casa attiva di commercio nella capitale.

Tra i compiti della Camera, oltre alla riconferma di quelli assegnati dalle precedenti leggi Francesi, comparve la facoltà di proporre «ciò che si crederà conveniente alla prosperità del nazionale commercio». Con successivi provvedimenti poi venne affidato alla Camera di predisporre gli accertamenti e gli studi necessari per la determinazione del corso degli interessi nei mutui. Fra i compiti che la

legge francese aveva assegnato alla Camera e che nel periodo Borbonico ricevettero una maggiore applicazione vi fu quello dell’ organizzazione della Borsa.

Non è agevole poi giungere ad una completa classificazione dell’opera della Camera in tal periodo, ma tenuto conto del notevole numero di organismi ed uffici che ad essa si rivolgevano, dalla Regia Dogana ai Regi Lotti, dal Provveditorato della sussistenza militare all’ Amministrazione dei Dazi, per non parlare di tutti i Ministeri, l’attività e la competenza dell’ organismo camerale furono veramente ampie.

In quel periodo inoltre la legislazione Borbonica ebbe cura di fissare in ventiquattro il numero dei sensali di commercio e degli agenti di cambio, stabilì ancora le modalità per la loro nomina e la cauzione da versarsi (mille ducati).

Gli operatori economici erano stimati soprattutto per la loro correttezza morale e commerciale. Non essere falliti, non aver subito protesti di cambiali e di tratte non bastava, quello che più effettivamente contava era il fatto che l’ operatore facesse fronte ai suoi impegni senza cavilli, che stimasse la sua firma come impegno sacro; e, una volta appostala su di un documento commerciale, la onorasse quali che fossero le circostanze emerse o sopravvenute.

In quel periodo a Napoli molti operatori riuscirono, grazie agli intensi traffici ed alle cospicue transazioni commerciali, ad accumulare ingenti fortune, tanto da essere sollecitati ad imparentarsi con famiglie della migliore nobiltà Napoletana e ad alcuni di essi, in epoca successiva, i Savoia concessero addirittura titoli nobiliari trasmissibili.

A dimostrazione del «peso» raggiunto dagli operatori Napoletani, si pensi che i famosi Rothschild furono indotti ad abbandonare la piazza di Napoli,

non riuscendo più a sostenere la concorrenza delle case Napoletane e segnatamente della ditta Minasi - Arlotta che in breve diventò la casa più importante nel commercio degli oli di oliva ed incrementò ulteriormente le proprie fortune dopo che i Rothschild, liquidarono le enormi giacenze nei loro magazzini di Gallipoli, abbandonando definitivamente la sede napoletana.

Una regolamentazione completa della Borsa dei cambi e dei titoli fu emanata infine nel 1842 per disciplinare un’ attività che era diventata nel frattempo molto importante. Con decreto Reale del 3 dicembre furono dettate norme chiare e precise per la rigorosa compilazione dei listini.

Dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, benché le leggi e i regolamenti disciplinassero sia le professioni di agenti di cambio sia quella di mediatore,

la Borsa diventò sostanzialmente il luogo di trattazione dei titoli, mentre le contrattazioni delle merci continuarono a svolgersi in altri luoghi:

– in piazza Municipio – si riunivano commercianti di generi coloniali; nei pressi dell’attuale stazione Marittima, zona detta dei Magazzini generali, avvenivano invece le contrattazioni dei cereali, legumi, canapa, vini ed oli; tra piazza Mercato e Porta Nolana infine convenivano commercianti di cruscami e carrube che avevano abbandonato il largo del Mercatello (l’attuale piazza Dante). Da qui il nome di «Porta Sciuscella», equivalente dialettale di carrube, all’attuale port’Alba.

Caduto il Regno Borbonico, Luigi Carlo Farini, Luogotenente generale del Re nell’Italia meridionale, scioglieva la «Camera Consultiva di Commercio» e, al suo posto, con le identiche attribuzioni istituiva una Giunta provvisoria di Commercio.

Fra i Componenti della Giunta, oltre ad esponenti del mondo commerciale in senso stretto, furono nominati per la prima volta anche banchieri, assicuratori ed armatori. Prendeva corpo pertanto una presenza più ampia di rappresentanti del ceto economico-imprenditoriale negli organi deliberativi dell’organismo Camerale.

Uno dei più immediati problemi della nuova Giunta fu quello di continuare a disporre di una Sede in Palazzo S. Giacomo.

Nel frattempo con la Legge n. 680 del 6 luglio 1862 venivano istituite in tutto Regno le Camere di Commercio ed Arti. Per la Camera di Napoli venivano fissati in 21 i suoi componenti.

I nuovi compiti del modificato organismo erano quelli di promuovere e rappresentare presso il governo gli interessi commerciali ed industriali della circoscrizione stabilita con successivo decreto Reale.

Principale caratteristica della nuova Camera era l’elettività di tutti i suoi componenti compreso il presidente per cui, nell’ambito della legge che la regolava, era piena la sua autonomia.

Novità assoluta, viceversa, era l’estensione della sua competenza al campo industriale.

Primo presidente della rinnovata Camera fu eletto, dopo due scrutini, l’ avv. Tito Cacace; Girolamo Maglione fu il Vice-Presidente.

Accennavamo sopra alle difficoltà di avere una adeguata sede, sopportate dalla Giunta Provvisoria: le stesse si ripresentarono anche a questa Camera che nel primo decennio del Regno Unitario, fu costretta a traslocare più volte tra i vari piani del pur vasto Palazzo San Giacomo.

I circa 50 anni, nei quali la Camera svolse la sua attività sotto l’impero della Legge del 1862, furono in ogni caso densi di avvenimenti e fecondi di opere.

La Camera intervenne in materia di commercio estero propugnando un blando protezionismo a sostegno delle industrie nazionali, in un’epoca caratterizzata da una nuova politica economica liberista.

Fra i problemi di un certo spessore che, sia la vecchia Giunta provvisoria sia la nuova Camera di

Commercio ed Arti, si trovarono subito ad affrontare, vi furono quelli dell’ampliamento del Porto, della sistemazione dei Magazzini Generali, della

gestione unitamente al Comune di Napoli di un deposito franco.

Altri compiti di eguale importanza affrontati dalla Camera in tal periodo furono gli interventi nel settore bancario e del credito, principalmente in

vista della cessazione allora in atto dal regime del corso forzoso.

E proprio in quel 1861, mentre la Giunta provvisoria si batteva per conservare una sede adeguata all’Istituto Camerale, il Luogotenente del Re, Generale Enrico Cialdini indirizzò al Presidente della Giunta Francesco Sorvillo una lettera per informarlo di aver deliberato di concorrere, con 50mila ducati, da prelevare sui fondi particolari, che gli spettavano come rappresentanza, alla costruzione di una nuova Borsa adeguata alle esigenze di una «Piazza» densa di traffici e di contrattazioni. Il Generale Cialdini esprimeva in questa lettera ampia fiducia nel futuro di Napoli, e riscontrava in taluni segni già evidenti come il taglio dell’istmo di Suez,

all’epoca in atto, i progettati miglioramenti del Porto, l’avviata costruzione di ferrovie e di strade, l’assicurazione di fiorenti commerci tali da fornire ricchezze e prosperità alla città.

Tra le numerose commissioni istituite dalla Camera in quegli anni spicca quella costituita per gli affari di Borsa ed edificazione di una Borsa. Si trattava infatti di portare a compimento il proposito manifestato da Cialdini, per la cui realizzazione la Camera aveva posto a frutto la somma donata, incrementandola con gli apporti a ciò destinati nei propri bilanci. La Maggiore difficoltà per l’edificazione del nuovo edificio era l’acquisizione di un suolo adatto e lunghe furono le traversie che si dovettero superare prima di raggiungere l’obiettivo.

Basti pensare che tra la donazione del Generale Cialdini del 1861 ed il contratto di compravendita del suolo stipulato il 14/11/1892, passarono ben 31 anni.

Eppure già nel 1861, soltanto dopo un mese dalla lettera con la quale il Generale Cialdini dava notizia della sua donazione di 50.000 ducati per la costruzione del Palazzo della Borsa, vennero presentati due progetti uno della ditta J. Stressenfeld e l’altro dell’Ing. Filippo Botta. La Giunta provvisoria allora con grande tempestività richiese alla tesoreria di incassare la somma messa a disposizione dal gesto munifico del generale Cialdini per poterla accrescere con la collocazione in vantaggiosi impieghi sino all’inizio dei lavori di edificazione, senza tenerla infruttuosa presso la tesoreria stessa.

L’intervento della Giunta allora servì se non altro ad evitare che la donazione restasse infruttifera.

Furono infatti stabilite dal Tesoro le modalità di rilascio di speciali buoni del Tesoro che produssero un interesse annuo di 10.621 lire.

Si puntava in quell’ epoca ad edificare la Borsa sui nuovi suoli comunali che sarebbero stati disponibili dopo l’abbattimento delle opere esterne di Castel - Nuovo.

(Il sito individuato corrispondeva all’attuale inizio, lato mare, della Via S. Brigida).

In quegli anni alla Camera pervennero vari suggerimenti e molti progetti, alcuni dei quali vennero attentamente studiati dai suoi organi. Uno dei primi, proponeva di ridurre a Borsa, Tribunale di Commercio ed uffici, la chiesa di San Giacomo, allora chiusa al pubblico per gravi lesioni.

Un altro progetto proponeva di adibire a Borsa la chiesa di San Giorgio dei Genovesi. Un altro progetto ancora, autore l’ing. Filippo Giordano, considerava la costruzione del Palazzo della Borsa nel complesso della sistemazione di Piazza Municipio.

Notevoli furono ancora le vicissitudini per l’individuazione del suolo nell’area della Piazza Municipio, fra le tante soluzioni prospettate e perseguite ricorderemo quella che prevedeva la costruzione sul suolo su cui oggi sorge l’ex Hotel de Londres, e quella di trasformazione in Borsa del Teatro Mercadante.

Gli abbattimenti e gli sventramenti che seguirono alle sciagure del colera nel 1884 diedero un nuovo impulso agli sforzi della Camera per il reperimento del sospirato suolo: esso alla fine fu reperito nella località dove sorge ora l’edificio, sul lato meridionale della via Sedile di Porto, là dove si accatastavano maleodoranti e brulicanti di vita i fondaci degli Schiavi e la cappella di S. Aspreno, «primo Vescovo di Napoli».

Allora da un supportico, attraverso un fatiscente cortile si accedeva ad un tempietto dedicato al Santo. Nella zona prospiciente si affacciavano alcuni laboratori di tintoria da cui anche il nome «Sant’ Aspreno ai Tintori». In questa zona, dicevamo, la Camera edificò quindi la sua monumentale sede, opera dell’ architetto Alfonso Guerra e dell’Ing. Luigi Ferrara.

Nell’edificio risultò alla fine inglobata anche la Cappella di Sant’ Aspreno per la quale fu necessario, per consentire l’accesso dalla via, ribaltare la posizione dell’altare e sollevare il pavimento della stessa di circa 50 cm.

L’edificio fu completato nel corso del 1898 e solennemente inaugurato, con l’intervento del Ministro Salandra nell’ottobre del 1899.

La Borsa occupò ovviamente la grande sala centrale nella quale si svolgevano le operazioni di Borsa, mentre il vestibolo fu destinato, nelle ore serali, ad ospitare il cosiddetto «borsino». Le sale laterali servirono per le riunioni degli agenti di cambio, della deputazione di Borsa e per tutti gli altri servizi connessi al disimpegno delle funzioni di borsa (ufficio telegrafico, postale, sala di lettura etc.).

Nell’ammezzato furono ricavati 22 uffici per gli agenti di cambio e per agenzie bancarie.

All’attuale terzo piano, (nella relazione tecnica e nei riferimenti dei progettisti è definito secondo piano nobile) la Camera pose la sua sede con i suoi uffici e naturalmente con i locali di presidenza e di rappresentanza: si provvide anche alla istituzione di una fornita biblioteca. L’intero primo piano nobile con l’uso degli scantinati fu dato in fitto alla Società di Assicurazioni diverse.

Il laboratorio chimico-sperimentale ebbe la sua sede su metà del piano attico (l’attuale 4° piano) allora non interamente edificato.

In occasione dell’inaugurazione, la domenica 30 ottobre 1899, venne riservata alla visita della stampa per consentire ai giornalisti di visitare senza fretta l’edificio, onde rendersi conto delle sue articolazioni e delle sue attrezzature. In quella occasione venne distribuito un opuscolo illustrato che, nella copertina recava l’intestazione «Camera di Commercio ed Arti di Napoli - Il nuovo palazzo della Borsa - in calce Arch. A. Guerra e Ing. L. Ferrara, autori del progetto e direttori della costruzione».

Al centro una figura di donna seduta, che mostrava la pianta di un edificio, mentre nello sfondo si levava il prospetto del nuovo palazzo. Alle autorità

ed ai visitatori intervenuti infine il 31 ottobre giorno della solenne inaugurazione fu distribuito un numero unico redatto da M. Gravina Orsini dal titolo «La nuova Borsa - storia e profili».

Tutta la Napoli che contava intervenne alla solenne inaugurazione, forse non tanto per ascoltare il concerto che fu tenuto per rendere ancora più suggestiva la cerimonia, ma per conoscere in ogni angolo il nuovo monumentale edificio.

Un’eco della indimenticabile giornata si poté udire all’indomani nei «Mosconi» del Mattino - dove Matilde Serao scriveva « ... Una folla? una legione delle legioni... La Borsa è popolare, da stamane, in tutti i ceti del commercio: ed è popolare fra le donne, il che non è mai male! ... ».

Negli anni che seguirono, alla Camera di Commercio che nel frattempo aveva mutato la propria denominazione in Camera di Commercio ed Industria, furono affidati molti nuovi compiti, tra i quali la raccolta delle denunce di attività delle ditte svolgenti attività nella provincia.

Anche l’organico del personale crebbe notevolmente creando sentite esigenze di spazio per accogliere degnamente i nuovi uffici, tra i quali, il registro delle ditte che richiedeva un’ adeguata struttura per far fronte alla ingente quantità di «pubblico» che richiamava.

Fu nel 1926 che venne infatti completata la «sopraelevazione » sul piano attico dell’edificio ove esistevano già, per la verità, i muri perimetrali che offrivano la possibilità di disporre di un’altezza di m. 4,50 senza dover alterare l’estetica del palazzo.

Contemporaneamente si provvide a fornire l’edificio di un impianto di riscaldamento a termosifoni.

Il salone del Consiglio (oggi parlamentino) venne arredato con scanni per le adunanze in stile rinascimentale.

La Biblioteca venne ingrandita ed occupò tre grandi sale contigue, fu istituita una sala di lettura e di consultazione.

In questo periodo con decreto Reale fu istituita la Borsa per la contrattazione delle merci (28.12.1924). La neo costituita Borsa Merci fu

provvisoriamente installata nell’ampio vestibolo della Borsa Valori. Il vestibolo venne diviso in due sezioni, una per le contrattazioni di noli ed assicurazioni, l’altra per la contrattazione delle merci.

Nel periodo fascista la C.C. aveva assunto la denominazione, prima di «Consiglio provinciale dell’Economia corporativa» e poi di «Consiglio provinciale delle corporazioni ». Nel periodo bellico, e precisamente nel 1943 durante l’occupazione tedesca, il bel palazzo della Camera subì pesanti danni dall’ esplosione di una mina fatta brillare dagli invasori sotto il grande salone occupato dagli uffici dell’ anagrafe commerciale. Fu completamente sfondato il pavimento del salone dell’ anagrafe e quello corrispondente del piano superiore. (Il magnifico parquet ed il delicato marmo rosso che arredavano il salone dei ricevimenti erano perduti per sempre).

L’edificio tuttavia resisté egregiamente in tutte le altre strutture a riprova della bontà della costruzione. Passata la barbara ondata nazista il ricostituito «Consiglio provinciale dell’ economia » (altra denominazione nel tempo assunto dalla Camera di Commercio), rimase in vita soltanto per il

tempo necessario per la promulgazione della legge che ricostituì in ogni provincia «Le Camere di Commercio, Industria ed Agricoltura», con il compito di coordinare e rappresentare gli interessi commerciali, industriali ed agricoli della provincia, nonché di esercitare le funzioni fino ad allora attribuite ai soppressi Consigli dell’Economia (D.L. 21.9.1944).

Finita la guerra ed andati via gli alleati il primo problema che si pose ai nuovi amministratori fu il decoroso ripristino della sede. La Camera non aveva subito danni per i bombardamenti ma tuttavia bisognò ricostruire i due solai fatti saltare dai tedeschi e fu necessario inoltre rimuovere le opere di difesa e di ricovero nonché ripristinare la funzionalità degli uffici gravemente compromessi dalle lunghe e massicce presenze nello stabile dei vari uffici militari.

Queste operazioni si completarono nel 1949 tanto che nel 1950 la Camera poté degnamente ospitare nei suoi saloni la «Esposizione dell’ Artigianato

Artistico Napoletano ».

Verso la metà degli anni cinquanta (1955) la Borsa Merci trovò sistemazione nell’edificio in Piazza Municipio (Palazzo INA) ove furono presi in locazione ampi locali. Il periodo del dopoguerra e gli anni seguenti furono caratterizzati da una feconda ed intensissima attività. A Stefano Brun, illustre Presidente della Camera per circa 15 anni, venne dedicata la sala di riunioni attigua alla Biblioteca.

Nel 1971 venne inaugurata la nuova Borsa Merci al C.so Meridionale, edificio moderno e funzionale che ospita oltre ai servizi connessi alla Borsa

Merci anche taluni uffici Camerali che ormai non riuscivano più ad essere agevolmente contenuti nella sede di Piazza Borsa. Gli eventi successivi al terremoto, sono storia recente ma è utile ricordare che il massiccio edificio magistralmente eretto dagli arch. Guerra e dall’ing. Ferrara ha ben sopportato le intense scosse del novembre 1980. Sono state tuttavia necessarie talune opere di risanamento statico peraltro celermente ed utilmente eseguite.

In occasione delle tinteggiature e dei ripristini susseguenti si è proceduto all’intera canalizzazione dell’impianto elettrico (in gran parte ancora quello

originario) in rispetto alle nuove norme di sicurezza, alla nuova pavimentazione in marmo del salone dei ricevimenti, alla trasformazione del vecchio Parlamentino, pur splendido con i suoi scanni in noce, in sala di conferenza attrezzata per la traduzione simultanea, ed infine alla ristrutturazione di due delle salette della biblioteca in un’accogliente sala di riunioni. Questa sala è stata dedicata a Giuseppe Russo del quale ricordiamo l’eccelsa opera nell’edizione postuma curata da Giancarlo Alisio, “La Camera di Commercio di Napoli dal 1808 al 1978”: una presenza nell’economia. Nel 1996, infine, sono stati acquistati i locali che oggi ospitano il Registro Imprese, nel nuovo Centro Direzionale.

 

* Lucio TISI -  Vice Segretario generale della Camera di Commercio di Napoli

 

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