S.N.A.L.C.C. |
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Il Governo italiano ha prima tentato di negare la crisi economica. Poi, a fronte dei dati negativi dell’economia s’ è visto costretto ad ammetterne l’esistenza, sostenendo però che il nostro Paese aveva valide difese contro la stessa. La solidità del sistema bancario e le virtù risparmiatrici del popolo italiano avrebbero garantito al Paese minori rischi.
Poi, a distanza di non molto tempo, e quando il Presidente degli Usa ha invitato il popolo americano a non sottovalutare i rischi della crisi, invitandoli pertanto a compiere ulteriori sacrifici il ministro dell’economia Tremonti ha annunciato che l’Italia sta per superare la crisi di cui, in un primo momento, aveva negato l’esistenza. Allo stesso ha fatto eco, di li a qualche giorno, la Marcegaglia, presidente della Confindustria, condividendone il pensiero, pur avendo, solo pochi giorni prima, ammesso le difficoltà della industria italiana a causa della riduzione delle esportazioni.
L’ottimismo, come è stato ripetutamente sostenuto dai nostri governanti, aiuta certamente a stimolare le forze economiche e produttive del paese, ma il Governo deve rendere chiaro il percorso che intende adottare per uscire dalla crisi. Da questa si esce o riducendo il benessere, e quindi con un sostanziale impoverimento delle categorie più povere, o con un coraggioso balzo in avanti attraverso una politica di rinnovamento delle scelte economiche e degli indirizzi produttivi dei singoli e della società in generale.
Adottando, come qualche economista ha detto, la politica della “distruzione operatrice” (per Bill Gates occorrerà parlare di “capitalismo creativo”), concetto che potrà sembrare contraddittorio ed, invece, non lo è. Distruggere il vecchio che non ha funzionato, che non ha impedito la crisi o che l’ha aggravata è operazione selettiva di alto profilo, perché induce ad una severa critica delle politiche seguite, per cambiarle e rinnovarle, adeguandole alla mutata realtà.
La crisi, lungi dall’essere una sorta di ripiegamento su sé stessa, deve promuovere nuove politiche, profondamente innovatrici, rimuovendo tutto ciò che invece le ha impedite. Romano Prodi, già Presidente del Consiglio ed emerito docente universitario di economia a Bologna, in un articolo di fondo del Messaggero del 29.4.09, parlando delle “nicchie del futuro che dobbiamo costruire”, scriveva che “Due sono le direzioni verso cui indirizzare con assoluta priorità i nostri sforzi e le risorse finanziarie a nostra disposizione.
Questi settori sono le scienze della vita (dai nuovi farmaci agli strumenti medicali alle biotecnologie) e il grande campo dell’energia e dell’ambiente”. Significativo è il fatto che il Ministro Tremonti, sempre più di frequente si trovi d’accordo con le analisi e le proposte di Prodi. Naturalmente sulle stesse è aperta la discussione per i necessari approfondimenti.
Ma questa deve avere tempi brevi, come brevi debbono essere i tempi di realizzazione delle scelte decise. Servono disponibilità economiche, ma soprattutto la consapevolezza che le stesse sono essenziali al Paese. E si badi, non si tratta di adottare percorsi separati: da una parte i problemi dell’industria e della ricerca, dall’altra le condizioni economiche delle famiglie. Recenti indagini demografiche hanno individuato la povertà più fra le giovani generazioni (disoccupati e con famiglia) che fra gli anziani, un tempo considerati i più diseredati. L’Italia manca ancora di un sistema di tutela che garantisca i disoccupati ed i giovani. Per questi il futuro non appare brillante ed anzi si prevede una situazione di maggiore difficoltà, un trend di vita meno agiata. Nel confronto con gli altri paesi europei, l’Italia è oggi il fanalino di coda.
Ma l’Italia, rispetto all’Europa, malgrado promesse ed impegni delle forze politiche, rinnovate e ribadite nel corso delle elezioni, ha difficoltà a realizzare una politica virtuosa della pubblica amministrazione. Gli sprechi crescono, anziché diminuire, ed i partiti occupano tutto ciò che è possibile, pur di assicurare congrue remunerazioni ai propri iscritti. Le Camere di Commercio conoscono bene il fenomeno, perché degli alti stipendi ai dirigenti si è occupata più volte la stampa ed il sindacato.
Ma la cancellazione di tali privilegi fa fatica ad avanzare. Si tratta di fenomeni che, oltre a segnalare la loro immoralità perché si contrappongono ad estesi fenomeni di bassi salari, di crescente disoccupazione, di disagi economici diffusi, di disservizi ed inefficienze in tanti settori (compresa la sanità), finiscono per sottrarre risorse che potrebbero essere destinate al rinnovamento del Paese Italia utilizzando il metodo della “distruzione operatrice”. ■
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