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il punto del dirigente di Laziodisu, Riccardo Pignatelli
La vera sfida? Premiare i bravi invece che i raccomandati
Il Forum PA 2008, tenutosi a Roma, si è appena concluso, ma i due interventi di apertura e chiusura della manifestazione del neo ministro della Funzione Pubblica, on. Renato Brunetta, esperto economista ed autorevole professore presso l’Università di Tor Vergata, hanno lasciato il segno, anzi hanno appena aperto un nuovo forum, quello accesissimo della discussione partecipata da tanti su i vari blog del Web sulla questione dei cosiddetti fannulloni. Il Ministro, bisogna riconoscerglielo, da esperto del settore come lui stesso ha sottolineato nel corso dei suoi due interventi, ha volutamente messo il dito nella piaga , dichiarando che l’eccellenza della P.A. italiana, che pure esiste e ne va preso atto, è un miracolo, dovuto soprattutto al senso di responsabilità e di amor proprio di tutti quelli che nella P.A. vi operano ai diversi livelli ed ogni giorno non si risparmiano né di lavorare ne' di assumersi le proprie responsabilità, fornendo così ai cittadini un servizio accettabile. Se questo però è la parte buona del sistema burocratico pubblico, vi è un’altra parte che è rimasta ai margini del processo produttivo, schiva di ogni responsabilità, apatica al lavoro, operosa ed ingegnosa solo a risparmiarsi. In sostanza, i cosiddetti fannulloni. A causa loro la P.A. italiana perde di immagine e competitività nei confronti degli altri apparati pubblici europei, non dà risposte efficaci sul piano dei risultati e nega servizi efficienti ai cittadini. Il Ministro ha usato parole dure nei confronti di un sistema che tende a conservare l’autoreferenzialità, il mantenimento dei privilegi, la cultura della competenza in luogo di quella dei risultati. Poi ha detto che il male va assolutamente curato, da subito e con medicine amare, la terapia dunque non può che essere quella d’urto, in sostanza ha fatto una scommessa pubblica che proverà a cambiare le cose ed a licenziare i fannulloni. Ha sostenuto inoltre che occorre continuare l’opera di riforma dell’ex ministro Bassanini e che bisogna misurare la produttività e premiare solo chi lavora, di contro sanzionare i fannulloni. Per fare questo non bastano leggi e regolamenti, ma occorre altresì una nuova dirigenza dotata di capacità tecniche di valore, di management, fortemente motivata nel suo Io professionale. Sin qui, nulla quaestio, Brunetta ha ragione. Meno condivisibile è invece la sua analisi sulle radici storiche dei malanni che affliggono l’amministrazione pubblica italiana, portatrice , a detta del Ministro, di un retaggio culturale borbonico secolarizzatosi nel tempo. Ebbene, che di quel retaggio e di quella cultura esista ancora traccia nella P.A. del nostro Paese, soprattutto negli apparati burocratici delle istituzioni minori e marginalizzate, non vi è dubbio, ma occorre altresì dire con la stessa franchezza che essi non sono la sola causa del problema. Probabilmente la causa maggiore è rintracciabile nella mancata attuazione delle riforme “Bassanini”, nella mancanza di una vera separazione tra politica e gestione, nella limitata autonomia della dirigenza nell’esercizio delle proprie funzioni pubbliche, nella mancanza di un vero sistema di garanzia e maggiori tutele per chi adempie con correttezza e professionalità ai propri doveri, nella mancanza di criteri di valutazione meritocratici che premino i bravi e responsabili rispetto agli inefficienti raccomandati e protetti. Le anomalie del sistema pubblico italiano sono tante e non sono riassumibili in semplici categorie. I giuslavoristi più esperti che ci propongono il sistema inglese, o quello nord europeo, dimenticano poi di spiegare il diverso contesto sociale e politico in cui opera la P.A. di quei paesi, rispetto al nostro ed alle tante sue contraddizioni. Lo sforzo primario dunque da fare non è licenziare uno per educarne cento, ma premiare i bravi invece che i raccomandati. Dare maggiori tutele e garanzie di stabilità e di crescita a chi lavora seriamente rispetto ai furbetti di turno ben protetti. Cose che oggi francamente non sono poi così scontate da noi. Le maggiori tutele ce l’hanno sempre quelli che hanno le spalle ben coperte. Ridare, ad esempio, ruolo ed autonomia alla dirigenza pubblica, come del resto è già previsto dal T.U. 165/2001 (art. 4, c. 2) sarebbe già una grande riforma, e se proprio si vuole costruire l’eccellenza della P.A. italiana, basterebbe avviare un processo di miglioramento della qualità dei servizi che essa offre, premiando anche le idee, le capacità di innovare attraverso la progettazione di nuovi modelli organizzativi che rispondano innanzi tutto alle prioritarie esigenze dei cittadini. La riforma della P.A. non parte, a nostro avviso, dalla caccia ai fannulloni, ma dall’innovazione come ha ben detto lo stesso Ministro parlando di P.A. digitale e come ha recentemente illustrato il Prof. Isaac Getz al Forum. I fannulloni vanno trattati a parte , marginalizzati, sanzionati ed anche licenziati se necessario; siamo d’accordo con il Ministro! Per fare questo però occorre innanzi tutto studiare le cause del fenomeno per reprimerlo, capire cioè come i fannulloni siano arrivati e continuino ad arrivare nella P.A., chi li raccomanda e li protegge, correggere quel retaggio culturale, questo sì di tipo borbonico, che ancora oggi persiste nella nostra società. Chissà se ciò sarà veramente possibile farlo! Auguri dunque, sig. Ministro, per la sua scommessa! ■
* Riccardo PIGNATELLI - Dirigente Laziodisu
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