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VOCE CAMERALE LUGLIO 2005

Il dibattito politico, oggi, è incentrato principalmente sulla scelta delle strategie da porre in atto per il rilancio della competitività del nostro Paese in campo europeo e mondiale. Né potrebbe essere diversamente perché i ritardi accumulati dall’Italia nell’arco dell’ultimo ventennio per capacità di sviluppo ed utilizzo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che sono poi i fattori indispensabili per garantire produttività e competitività, sono oggettivamente assai evidenti. Non a caso, infatti, nella speciale classifica stilata dal World Economic Forum (Wef) di Ginevra l’Italia ha subito un pesante arretramento in tema di competitività retrocedendo dal 28° posto del 2003 al 45° posto del 2004, scavalcata persino da paesi in via di sviluppo come Giordania, Tunisia e Sudafrica. Stando così le cose non può certo destare sorpresa che la nostra bilancia commerciale segni ormai costantemente il rosso per il prevalere dell’export, che ha perso il 25 per cento negli ultimi cinque anni, sull’import proprio per la mancanza di competitività dei prodotti nazionali non solo nei mercati d’oltreoceano - dove le difficoltà si moltiplicano a dismisura per effetto del supereuro - ma anche in quelli di Eurolandia dove la concorrenza si è fatta sempre più aggressiva, assillante e spietata anche in settori nei quali il nostro Paese era tradizionalmente solito primeggiare quali quelli del tessile, del calzaturiero e degli elettrodomestici. È il risultato logico di una parabola discendente iniziatasi negli anni ‘80 che si sta pericolosamente accentuando perché mai contrastata con adeguati provvedimenti strutturali. Ci si è, infatti, affidati semplicemente a controproducenti aiuti di Stato, oggi non più praticabili per la attenta e ferma opposizione dell’Unione Europea, oppure ad una salutare, quanto dispendiosa per i cittadini, svalutazione della lira, utile per rendere provvisoriamente più competitivi i prodotti italiani sui mercati esteri, ma espediente oggi impraticabile in presenza di una moneta unica europea.

Di qui la perentoria, forte quanto illusoria richiesta della Lega di attivare dazi doganali sui prodotti provenienti in special modo dal medio ed estremo oriente a protezione della nostra industria nazionale ormai del tutto incapace di reggere il confronto con mercati in fase di forte espansione. Si tratterebbe, in pratica, di attuare una forma di protezionismo d’altri tempi, inconcepibile in un mercato globalizzato qual è quello del mondo occidentale e che, in breve tempo, date le conseguenti e prevedibili ritorsioni, finirebbe per affossare anche quelle poche imprese ancora in grado di produrre ed esportare con possibilità di guadagni.

Ma, invece di agitare gli ectoplasmi di un anacronistico protezionismo, non sarebbe quanto mai opportuno analizzare quali siano le cause reali della mancanza di competitività delle imprese italiane? Perché non considerare con l’oggettività del caso la ritrosia o se si preferisce la mancanza di coraggio dei nostri industriali ad investire in tecnologie nuove per ammodernare impianti ormai obsoleti da tempo, l’incidenza negativa della burocrazia per la quale il nostro Paese si colloca al penultimo posto su scala mondiale, la carenza sempre più marcata nella ricerca (i risultati conseguiti dal Sincrotrone di Trieste rappresentano una rara eccezione), il modesto e spesso inesistente livello di collaborazione tra industria e università.

Inoltre non bisogna sottacere che le nostre imprese sono ormai prive non solo della capacità di produrre ma anche degli stimoli necessari, della vis pugnandi per poter rivaleggiare con paesi che pur di crescere non si fanno scrupoli di ricorrere a pratiche commerciali sleali che vanno dalle sovvenzioni illecite al dumping.

Il Governo ha provato di recente con un apposito provvedimento ad incentivare la competitività. Intento lodevole questo ma, è inutile nasconderselo, poco efficace perché per arrivare a risultati concreti occorrono grandi risorse - che non ci sono - e tempi lunghi per recuperare i ritardi del passato.

Se, tuttavia, la competitività in campo industriale - e purtroppo anche agro alimentare - appare di problematica realizzazione almeno nel breve e medio periodo, resta più che valida e attualissima la proposta da sempre formulata dalla Confsal per un rilancio effettivo e non virtuale della nostra economia attraverso il turismo e i beni culturali. E anche in questi settori, indiscutibilmente patrimonio del nostro Paese, è necessario operare con lungimiranza, con investimenti mirati ma, principalmente, con rapidità perché, malgrado l’attrazione indiscutibile che da sempre esercitano le bellezze naturali del territorio italiano, la concorrenza, specialmente da parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è fortissima ed ha già conseguito importanti risultati catalizzando una parte del flusso turistico mondiale.

Per quanto riguarda i beni culturali, poi, bisogna solo ribadire che in Italia si trova il 70 per cento delle opere d’arte esistenti al mondo. Il che significa competitività assoluta e incontrastabile in tale settore a patto che la fruizione dei beni artistici sia sempre più ampia e totale e si avvalga di strutture di supporto (alberghi, ristoranti, mezzi di trasporto, divertimenti, ecc.) estremamente efficienti e a portata economica dei visitatori.

E qui s’impone l’intervento deciso del Governo che non può, come è accaduto nel citato provvedimento sulla competitività, sottovalutare l’importanza degli unici due settori produttivi e competitivi del Paese limitandosi a trasformare l’Enit in agenzia nazionale per il turismo affidandone i poteri di indirizzo e vigilanza al Ministero delle Attività Produttive con esborsi economici irrilevanti. Si tratta, è evidente, solo di un’operazione di facciata che non modifica di una virgola l’esistente e serve, forse, per assicurare qualche poltrona in più.

Del resto i fatti parlano chiaro: nessuna misura per incrementare ed ammodernare gli istituti alberghieri e per il turismo, operatori turistici e albergatori costretti al “fai da te”, siti archeologici in pieno abbandono (persino Pompei è al degrado), musei dagli orari ancora troppo limitanti, città d’arte soffocate dal traffico, carenti nei servizi e penalizzate dalla microcriminalità e da prezzi fortemente disincentivanti.

Il risultato è che, se si esclude Roma che ha registrato nel 2004 un incremento del flusso turistico pari al 7 per cento, persino le tradizionali mete turistiche, Firenze e Venezia, hanno subito nello stesso periodo un preoccupante calo di presenze.

È la nostra competitività che sta perdendo colpi nel settore, l’unica competitività di cui oggi è possibile parlare e che non ci è stata elargita in aeternum per dono divino. Dobbiamo difenderla e sostenerla con ogni mezzo.

Ci pensino i nostri politicanti se non vogliono che la nave dell’economia italiana, già in preda di onde pericolose quanto infide, faccia un naufragio più che annunciato.

 

 

 

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