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Salari
“demotivanti” a fronte di un cambiamento che richiede
nuovi compiti e professionalità
di Lucio Tisi
* Vice Segretario Generale - Camera di Commercio di
Napoli.
Solo la strategia di una vera concertazione può
salvare il settore del pubblico impiego
Il pubblico impiego vive una fase importante della sua
vita. Tra ridisegno dell’architettura istituzionale, che
trasferisce ulteriori competenze (a volte anche
esclusive) alle autonomie locali, rilancio delle
relazioni sindacali, anche alla luce della
declassificazione della concertazione a semplice dialogo
sociale operata da questo Governo, e scadenze
contrattuali, si è alle prese con una “mutazione
genetica” del settore, che modifica sostanzialmente
metodi e struttura in vigore in questi decenni.
Le nuove funzioni attribuite in questi anni alle Regioni
ed agli enti locali hanno sostituito il modello classico
che vedeva il personale dipendente strutturato secondo
la vecchia logica della “gerarchia”. La possibilità
concessa di chiamare dall’esterno persone in possesso
delle professionalità necessarie ha operato nei fatti
una progressiva sostituzione della vecchia dirigenza,
creando qualche turbativa in chi riteneva immodificabile
l’obsoleto sistema della carriera a prescindere, in
forza soltanto dell’anzianità di servizio, ma
realizzando anche delle innovazioni che difficilmente
avrebbero trovato spazio altrimenti.
Il limite di questa importante scelta è dovuto al fatto
che contestualmente al processo “rivoluzionario”
avviato, è venuta meno la partecipazione dei soggetti
rappresentativi alle scelte ed alle decisioni. La
scomparsa di accordi sulle politiche dei redditi e sulle
nuove relazioni sindacali, frutto degli orientamenti del
quinquennio che andrà a chiudersi con la tornata
elettorale del prossimo aprile, ha finito per
condizionare anche la nuova impostazione data ad una
pubblica amministrazione moderna, avanzata, ed in grado
di scegliere le figure migliori presenti dentro
l’apparato e sul mercato per rispondere alle esigenze di
un mondo globalizzato, che gioca tutto sulla capacità
competitiva.
Ne è
venuto fuori come risultato un quadro che vede i circa 3
milioni e mezzo di dipendenti pubblici (di cui 2.
887.000 contrattualizzati, in base agli ultimi dati
diffusi dall’Aran in riferimento al 31 dicembre 2000,
tra scuola, servizio sanitario, autonomie territoriali,
forze di polizia, ministeri, forze armate, università,
enti pubblici non economici, aziende autonome, enti di
ricerca, magistratura, segretari comunali, personale
prefettizio e di carriera diplomatica) alle prese con
una situazione di “frustrazione” che incide
negativamente sulla produttività interna, e che è
ulteriormente aggravata dal mancato rispetto delle
scadenze contrattuali.
Basti
pensare che a tutt’oggi non sono ancora “esecutivi” i
contratti relativi al biennio economico 2004-2005, già
peraltro scaduto, non è stato ancora formalmente
rinnovato quella della dirigenza per il quadriennio
2001-2005 per il diniego opposto dalla Corte dei Conti,
è al palo la sanità, solo il mese scorso si è chiuso
quello della scuola.
Casi
emblematici di una assenza di concertazione tra le
parti, che finisce per condizionare pesantemente
l’intero sistema. Il tema della professionalità,
condivisibile da tutti, deve essere risolto anche con un
corrispondente impegno ad incentivare il personale a
fare di più e meglio: sono le due facce della stessa
medaglia, che devono camminare di pari passo.
In altri termini: il personale pubblico ha una
formidabile arma “demotivante” nell’esibire un salario
al limite della sopravvivenza, che l’effetto euro ha
ridotto vieppiù, ed ha il diritto di rivendicare di più.
Si consideri che il personale impiegatizio riceve in
media uno stipendio di mille euro al mese, che cresce
solo se ha una funzione direttiva e solo se riesce ad
ottenere una “posizione”: chiaro che, a fronte di questa
realtà, i mutamenti epocali che stanno costruendo a
colpi di modifica della Carta costituzionale rischiano
di arenarsi del tutto. Perciò è necessario rilanciare la
politica di concertazione: tutti attorno ad un tavolo
per capire cosa fare della pubblica amministrazione,
come trasformarla in risorsa vera di sviluppo e di
rilancio di un Paese che vuole continuare ad occupare
una posizione centrale negli equilibri politici ed
economici internazionali. La soluzione sta in questa
scelta: le altre rischierebbero solo di pregiudicare il
futuro e le prospettive di tutto il settore. |
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