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VOCE CAMERALE GENNAIO - MARZO 2006

Salari “demotivanti” a fronte di un cambiamento che richiede nuovi compiti e professionalità

di Lucio Tisi

* Vice Segretario Generale - Camera di Commercio di Napoli.

 

 

 

Solo la strategia di una vera concertazione può salvare il settore del pubblico impiego

 

Il pubblico impiego vive una fase importante della sua vita. Tra ridisegno dell’architettura istituzionale, che trasferisce ulteriori competenze (a volte anche esclusive) alle autonomie locali, rilancio delle relazioni sindacali, anche alla luce della declassificazione della concertazione a semplice dialogo sociale operata da questo Governo, e scadenze contrattuali, si è alle prese con una “mutazione genetica” del settore, che modifica sostanzialmente metodi e struttura in vigore in questi decenni.
Le nuove funzioni attribuite in questi anni alle Regioni ed agli enti locali hanno sostituito il modello classico che vedeva il personale dipendente strutturato secondo la vecchia logica della “gerarchia”. La possibilità concessa di chiamare dall’esterno persone in possesso delle professionalità necessarie ha operato nei fatti una progressiva sostituzione della vecchia dirigenza, creando qualche turbativa in chi riteneva immodificabile l’obsoleto sistema della carriera a prescindere, in forza soltanto dell’anzianità di servizio, ma realizzando anche delle innovazioni che difficilmente avrebbero trovato spazio altrimenti.
Il limite di questa importante scelta è dovuto al fatto che contestualmente al processo “rivoluzionario” avviato, è venuta meno la partecipazione dei soggetti rappresentativi alle scelte ed alle decisioni. La scomparsa di accordi sulle politiche dei redditi e sulle nuove relazioni sindacali, frutto degli orientamenti del quinquennio che andrà a chiudersi con la tornata elettorale del prossimo aprile, ha finito per condizionare anche la nuova impostazione data ad una pubblica amministrazione moderna, avanzata, ed in grado di scegliere le figure migliori presenti dentro l’apparato e sul mercato per rispondere alle esigenze di un mondo globalizzato, che gioca tutto sulla capacità competitiva.
Ne è venuto fuori come risultato un quadro che vede i circa 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici (di cui 2. 887.000 contrattualizzati, in base agli ultimi dati diffusi dall’Aran in riferimento al 31 dicembre 2000, tra scuola, servizio sanitario, autonomie territoriali, forze di polizia, ministeri, forze armate, università, enti pubblici non economici, aziende autonome, enti di ricerca, magistratura, segretari comunali, personale prefettizio e di carriera diplomatica) alle prese con una situazione di “frustrazione” che incide negativamente sulla produttività interna, e che è ulteriormente aggravata dal mancato rispetto delle scadenze contrattuali. Basti pensare che a tutt’oggi non sono ancora “esecutivi” i contratti relativi al biennio economico 2004-2005, già peraltro scaduto, non è stato ancora formalmente rinnovato quella della dirigenza per il quadriennio 2001-2005 per il diniego opposto dalla Corte dei Conti, è al palo la sanità, solo il mese scorso si è chiuso quello della scuola.

Casi emblematici di una assenza di concertazione tra le parti, che finisce per condizionare pesantemente l’intero sistema. Il tema della professionalità, condivisibile da tutti, deve essere risolto anche con un corrispondente impegno ad incentivare il personale a fare di più e meglio: sono le due facce della stessa medaglia, che devono camminare di pari passo.
In altri termini: il personale pubblico ha una formidabile arma “demotivante” nell’esibire un salario al limite della sopravvivenza, che l’effetto euro ha ridotto vieppiù, ed ha il diritto di rivendicare di più.
Si consideri che il personale impiegatizio riceve in media uno stipendio di mille euro al mese, che cresce solo se ha una funzione direttiva e solo se riesce ad ottenere una “posizione”: chiaro che, a fronte di questa realtà, i mutamenti epocali che stanno costruendo a colpi di modifica della Carta costituzionale rischiano di arenarsi del tutto. Perciò è necessario rilanciare la politica di concertazione: tutti attorno ad un tavolo per capire cosa fare della pubblica amministrazione, come trasformarla in risorsa vera di sviluppo e di rilancio di un Paese che vuole continuare ad occupare una posizione centrale negli equilibri politici ed economici internazionali. La soluzione sta in questa scelta: le altre rischierebbero solo di pregiudicare il futuro e le prospettive di tutto il settore.

 

 

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