S.N.A.L.C.C. |
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Il Convegno “Donne e politica” promosso nell’ambito del progetto “Donne in politica” con il finanziamento dell’Iniziativa Comunitaria Equal (Fase II – Azione 2 –Misura 4.2) ha posto al centro del suo dibattito il tema della “segregazione” delle donne nel mondo politico e sindacale e in molti altri settori della vita pubblica e privata del nostro Paese. Su tale tematica è stata condotta una ricerca i cui risultati appaiono notevolmente interessanti.
Da una serie infatti di dati statistici è emerso che il deficit di presenza femminile nei ruoli strategici e apicali dei molteplici settori lavorativi non è un fenomeno esclusivamente italiano ma bensì un problema a livello mondiale e che si presenta in maniera clamorosa anche nei Paesi più sviluppati persino in quelli facenti parte del G8. Lo scontro tra il sistema di aspettative e di azioni e di politiche concrete e la realtà dei numeri assume quindi nell’ambito della ricerca un interesse particolare, tale da far configurare quello dell’esclusione, o parziale esclusione, delle donne da una rappresentanza politica equilibrata come uno specifico problema dei Paesi più avanzati.
◗ La rappresentanza politica nazionale Il nostro Paese ha una percentuale di donne alla Camera pari al 17,3%, ha una percentuale ancora più modesta di donne senatrici (13,7%); nel complesso tra Camera e Senato, c’è una presenza di donne pari al 16,1%.
In virtù della scarsa percentuale di donne alla Camera si pone in una posizione più bassa rispetto ad altri Paesi comunitari. È posizionata mediocremente, al 59° posto, anche nella graduatoria di donne presenti nelle Camere basse di più di 180 Paesi del mondo, superata da molti Paesi del sud del pianeta. Ma la cosa forse più sorprendente è che la bassa rappresentanza politica delle donne riguarda quasi tutti i Paesi considerati più sviluppati. Emerge che i Paesi europei appartenenti all’Ocse raggiungono una media pari al 19,2% di presenza femminile nelle loro camere legislative basse o uniche, laddove i Paesi dell’Africa subsahariana nel loro complesso arrivano circa allo stesso livello ossia al 17,0% come anche quelli dell’Asia con il 16,4%. È soprattutto interessante notare che i Paesi del G8, in assoluto i più sviluppati economicamente si situano a un misero 17,4% di donne in Parlamento. La situazione all’interno della realtà europea appare piuttosto differenziata, con paesi come la Svezia o la Norvegia, e la Finlandia dove si raggiungono percentuali molto elevate e Paesi come l’Irlanda, la Grecia e la Francia, dove la rappresentanza femminile risulta inferiore a quella italiana.
◗ La partecipazione delle donne nei sindacati Rispetto ad altri ambiti, la partecipazione delle donne ai sindacati appare piuttosto elevata. Nessuna donna fino a tutto il 2005 ha ricoperto la carica di Segretario generale nei 4 grandi sindacati nazionali. Solo nel 2006 infatti il Congresso confederale dell’Ugl ha designato Renata Polverini a ricoprire tale incarico. La presenza delle donne nelle Segreterie generali dei sindacati è ancora bassa, a parte il caso della Cgil ove il numero di donne è pari a quello degli uomini, grazie all’applicazione di un sistema di quote assai rigoroso. Per quanto riguarda gli altri Paesi europei, emerge che la percentuale delle iscritte all’interno di un sindacato “medio” è pari al 40,5%, e che come da noi esiste la tendenza alla riduzione della presenza delle donne al crescere delle posizioni decisionali e di comando. Così sempre in media, le donne occupano solo il 25,9% dei posti negli esecutivi.
La ricerca condotta anche nel settore bancario e assicurativo mostra dinamiche molto simili a quelle già in precedenza illustrate. Dal rapporto annuale ABI sul mercato dell’industria finanziaria (2004) si rileva che le donne negli Istituti bancari sono il 38,6% di tutto il personale, ma che solo il 12,5% appartiene ai quadri direttivi superiori. Anche nel mondo dell’impresa la discriminazione femminile è particolarmente forte. In Italia le donne al comando nel mondo imprenditoriale risultano ancora poche. In ambito internazionale l’Eurostat ha calcolato che nei 25 Paesi dell’Unione Europea circa un manager su 3 è donna (32,1%). Riguardo ai singoli Paesi, l’Italia si situa subito al di sotto della media europea (31,9%), superando di poco la Svezia (29,8%), la Finlandia (29,7%), la Germania (26,4%) e la Danimarca (23%). I ruoli apicali delle grandi aziende restano un territorio ad assoluta dominanza maschile.
◗ Ambito sanitario Da qualche anno, risulta che in Italia, le donne laureate in medicina sono più numerose degli uomini e si iscrivono maggiormente all’Albo professionale. Le donne che lavorano nel SSN rappresentano il 60,2% di tutto il personale dipendente. I ruoli dirigenziali nelle Aziende sanitarie Locali e nelle Aziende Ospedaliere sono ricoperti nella grande maggioranza dei casi da uomini, ad eccezione del settore dei servizi sociali. Secondo i dati del conto annuale della Ragioneria dello Stato, le donne medico nel sistema sanitario nazionale sono il 32,3% del totale ma quelle con un incarico da dirigente di struttura complessa (come ad esempio primari di reparto) superano appena il 10%. L’inserimento delle donne, tuttavia, nel settore sanitario italiano, risulta essere simile a quello rilevato in altri Paesi.
◗ Università ed enti di ricerca Il mondo accademico rappresenta un caso emblematico di discriminazione femminile. In Italia risulta infatti che le ricercatrici universitarie sono il 42,9% ma salendo nella gerarchia la percentuale scende fino al 15,9% di professori ordinari donna con alcune differenze significative tra le facoltà. Va rilevato che anche in alcune facoltà a forte prevalenza femminile, la percentuale di docenti ordinari è sempre molto sbilanciata a favore del genere maschile. I presidi di facoltà donna sono solo l’11,3% mentre i rettori sono 2 su 83. L’esclusione delle donne è ancora più marcata negli enti di ricerca. In 18 enti di ricerca considerati, ben 9 non includono donne nel proprio Consiglio di Amministrazione e tutti gli altri enti eccezion fatta per l’ISS ne ha al massimo 1.
◗ Comunicazione di massa Seppure in aumento le donne che lavorano nella comunicazione sono poco visibili e occupano posti meno prestigiosi. Le ultime statistiche dell’ordine nazionale dei giornalisti mostrano che in Italia, le donne rappresentano il 21,9% tra i professionisti, il 26,1% tra i pubblicisti e il 45,8% tra i praticanti. Ma le percentuali si abbassano notevolmente nei posti di comando. Nel settore radio-televisivo si registra la quasi totale assenza delle donne dalle cariche dirigenziali. Nessuna donna è a capo di reti televisive, di telegiornali o di radio di livello nazionale e tra le 62 reti satellitari (comprese TV straniere) si trovano solamente 4 direttrici. Da questi dati pertanto si evince che “la segregazione” delle donne dai ruoli di comando nei diversi settori in cui si esplica la vita lavorativa del nostro Paese rappresenta un fenomeno la cui portata non sembra di facile o immediata interpretazione. Si pone dunque la necessità di comprendere quali meccanismi ci possano essere alla base di questo fenomeno, dal momento che esso persiste malgrado almeno tre elementi che avrebbero dovuto incrementare la partecipazione femminile:
1) i numerosi tentativi di eliminare le molteplici e diverse barriere giuridiche, culturali etc… comprese le più salde in anni di riforme e di azioni positive di diversa natura e programmi specifici;
2) una notevole propensione dell’opinione pubblica nel riconoscere l’importanza di una giusta ed equa rappresentanza delle donne nella vita politica;
3) il crescente aumento di qualificazione delle donne nell’ambito della preparazione culturale e della capacità di intervento e di gestione all’interno della vita pubblica. Il più qualificante fattore di esclusione delle donne dalle leve del potere è stato denominato “Segregazione verticale diffusa”. Con questa espressione si vuole indicare che la deficitaria presenza femminile nei livelli apicali dei Paesi più industrializzati avviene ed è pertanto rilevabile “in modo sistematico” in ogni sfera della vita economica, sociale e professionale e per giunta ad ogni livello di potere, anche non elevato o relativo ad aree territoriali circoscritte. In conclusione si può affermare che tale fenomeno sembra determinato da una serie di dinamiche sociali più complesse che penalizzano le donne in quanto tali al di là delle loro intrinseche e precipue capacità e malgrado il sostegno che in vario modo (verbale, formale o sostanziale) si cerca di assicurare loro. ■
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