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VOCE CAMERALE GENNAIO - LUGLIO 2009

 

 

 

È sempre più forte l’esigenza delle famiglie, dei lavoratori, dei pensionati, dei precari, dei disoccupati, di veder finalmente risolti i tanti problemi che oscurano un presente di grandi difficoltà e un domani che si intravvede sempre più buio e nebuloso.

I lavoratori, per non parlare dei tanti disoccupati e precari, stanno vivendo un periodo nerissimo in cui la crisi li ha colpiti nel più profondo, rendendo il clima pesante e certamente poco favorevole ad ogni previsione ottimistica di risoluzione dei tanti problemi che, ogni giorno diventano più grandi.

 

Una recente indagine dell’Ocse rivela che nel 2008 i salari dei dipendenti pubblici italiani sono stati quelli più bassi e, per di più, tartassati da un fisco impietoso ed estremamente ingiusto. Adesso, dopo le aggressioni nel corteo di Torino dei giorni scorsi, si incomincia a parlare di rischio di conflitto sociale o di segnali pericolosi di rigurgiti di quel brigatismo che sembrava definitivamente emarginato.

 

Il rischio è grande e certamente si deve tener conto che la crescente disoccupazione, salari bassissimi insufficienti, pensioni da fame, precari ai quali viene negata ogni possibilità di stabilizzazione, possono diventare il terreno fertile, l’habitat naturale dove cresce e fermenta la rabbia e la disperazione.

In questo fosco scenario di grave congiuntura economica c’è l’assoluto bisogno che il Governo riaccenda la luce della speranza invertendo una politica che continua, giorno dopo giorno, ad accrescere la disuguaglianza tra i lavoratori.

 

La nostra, come hanno scritto molti esperti economici, è una nazione dissanguata da una casta insaziabile che, secondo Bruxelles, mette a forte rischio il sistema Italia.

Caste che assorbono vergognosamente il 45% della ricchezza nazionale mentre, da oltre quindici anni, vengono sempre più penalizzati i redditi di impiegati e operai.

 

Per confermare ulteriormente questa tesi, basta leggere l’indagine dell’Isfol sul livello dei redditi di lavoro nel periodo 1993-2008.

 

Secondo questa indagine: ”Effettuando un confronto a parità di potere d’acquisto si può infatti dimostrare che il salario mensile netto percepito da un lavoratore dipendente era pari a 1.319 euro nel 1993 ed a circa 1.361 euro nel 2006”.

 

È questo, purtroppo, il risultato di una politica scellerata, di una ricetta escogitata solo per arricchire i ricchi ed affamare i lavoratori. Sono consapevole della complessità e della dimensione della grave crisi globale che stiamo vivendo. Oggi, a mio avviso, il Governo ha il diritto-dovere di invertire quella vergognosa tendenza che ha portato in tanti anni ad affamare i lavoratori garantendo un progresso economico fondato su equità e giustizia sociale.

 

Il nostro Governo sarà capace di escogitare una ricetta riparatrice dei tanti danni ingiustamente subìti dai lavoratori? Io francamente ho tutte le perplessità del mondo che questo possa accadere. Oggi la politica continua ad andare nella direzione di colpire i lavoratori pubblici che, spesso, quando si ammalano, per non avere decurtazioni stipendiali ricorrono alle ferie oppure vanno comunque al lavoro.

 

Qui sorge spontaneo un interrogativo: “la salute è ancora un bene protetto dalla Costituzione?”. La misura ormai è stracolma. Questa linea politica è, a mio avviso, sbagliata. Si dimentica troppo facilmente che in Italia l’85% dei contribuenti sono i lavoratori dipendenti e pensionati e che il 91% dell’imponibile fiscale è prodotto dai lavoratori dipendenti e pensionati. Per i ciechi che non vogliono vedere, questa è l’ulteriore dimostrazione che nel nostro Paese le tasse vengono pagate quasi unicamente dai lavoratori mentre… l’evasione fiscale dilaga.

 

Se tanti politici non avranno la forza e la volontà di abbandonare l’astratta e nebulosa filosofia della politica per scendere su un terreno più reale, più veritiero, più giusto, più umano, più vicino ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai precari, allora vuol dire che stiamo entrando in un tunnel sempre più profondo, più nero, più buio, da cui sarà impossibile venirne fuori.

Su tutto questo sarebbe il caso che il Governo e il ministro Brunetta meditassero a fondo. Non c’è assolutamente nulla da tagliare ai dipendenti pubblici, ai precari, alla scuola, alla sanità, agli enti locali.

C’è solo e tanto da tagliare ad una casta che assorbe quasi la metà della ricchezza nazionale.

In tempo di federalismo fiscale in cui ogni Regione si dovrà reggere con le proprie risorse, non voglio nemmeno ipotizzare che le famiglie italiane, i pensionati, i lavoratori saranno chiamati a sopportare ulteriori tassazioni che andrebbero ulteriormente a peggiorare una già pesantissima situazione economica.

Il ridimensionamento di tutta la pubblica amministrazione con tagli sul personale e sulle prestazioni di servizi, non vorrei che, come è facile intuire, vadano nella direzione di future privatizzazioni di interi settori quali la previdenza, la sanità, la scuola.

Si continua a parlare di aumentare la produttività quando poi si ricorre a tagli indiscriminati nei finanziamenti dei comparti pubblici e nel salario accessorio.

Come è possibile che si voglia raggiungere una maggiore produttività quando si vuole andare nella direzione di riconoscere la progressione economico orizzontale solo al 20% degli aventi diritto? La strada che si vuol seguire è sbagliata ed auspico che si voglia correggere una rotta che va nella direzione di portare il Paese verso un grave conflitto sociale.

 

*Segretario nazionale Uil-Fpl-Snalcc

Coordinatore nazionale Uil-Fpl Camere di Commercio

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