

rispunta la vecchia concertazione
Importante incontro a Palazzo Chigi sulla riforma del Welfare.
Presenti vari ministri tra i quali, ovviamente, Tremonti e
Maroni e il vice premier Gianfranco Fini, esponenti della
Confindustria e di 32 organizzazioni sindacali tra le quali la
Confsal. Notata l’assenza della Cgil, da sempre schierata sul
fronte del “non si tratta con
questo Governo”.
Data l’ampiezza e la rilevanza dei temi, la materia è stata
delegata a tre tavoli separati (inflazione, sanità, politiche
sociali) ai quali se n’è aggiunto un quarto, voluto da Fini, sul
rilancio dell’economia, tavolo, a quanto è stato possibile
vedere, non condiviso da una parte della stessa maggioranza di
Governo.
Eppure, lo abbiamo fatto notare puntualmente, proprio questo
tavolo dovrebbe rappresentare il punto di partenza
indispensabile per poter trattare tutta la vasta gamma di
problematiche sul tappeto e per poter modificare integralmente
il famigerato patto di stabilità del 23 luglio 1993, voluto
dalla triplice confederale e che, con le sue degenerazioni, ha
provocato guasti tali da penalizzare fortemente tutto il mondo
del lavoro. A questo tavolo spetterà il compito più arduo ovvero
quello di individuare risorse adeguate per consentire il
perseguimento degli obiettivi.
E proprio sui modi di reperire le risorse si sono delineate due
impostazioni politiche: quella di chi sostiene che possa darsi
luogo ad una redistribuzione della spesa sociale senza mettere a
disposizione risorse aggiuntive e quella di chi, come noi della
Confsal, è convinto che per realizzare uno stato sociale moderno
e veramente efficace, in linea con il cambiamento della società
e del mercato del lavoro e avente un profilo internazionale,
occorra moneta fresca reperibile attraverso una decisa, seria e
dura lotta contro il lavoro sommerso e minorile, l’evasione e l’elusione
fiscali, punendo i trasgressori con severe sanzioni di natura
penale. Il dato positivo, in linea con quel dialogo sociale su
cui si è impegnato il Governo a inizio legislatura, è stato la
convocazione al tavolo del Welfare di 32 organizzazioni
sindacali autonome e non, perché solo dalla pluralità delle
proposte si può giungere con realismo ed umiltà a soluzioni
ottimali e unanimemente condivise.
Non è questo il momento di arroccamenti, personalismi e patetici
distinguo: l’interesse prioritario deve essere quello di
contribuire tutti insieme al superamento della grave crisi
economica, ma anche civile, in cui versa il Paese. Non è andata
così, tuttavia, per la trattativa sulla riforma del sistema
previdenziale per la quale il Ministro del lavoro ha convocato
soltanto la triplice confederale, riproponendo
anacronisticamente quel tanto deprecato sistema concertativo
caro ai Governi del passato. Sia ben chiaro che il nostro j’accuse
non scaturisce da vuoti risentimenti o da smania di
protagonismo. Ne facciamo una questione di principio ma anche di
sano realismo, alla luce di una rappresentatività triconfederale
che ricorda fasti ormai lontani e irripetibili, come si è
dimostrato esaurientemente in occasione degli scioperi spontanei
e senza regole degli autoferrotranvieri.
Una riprova questa che avrebbe dovuto illuminare le menti dei
nostri lungimiranti governanti, che sembrano non averne compreso
appieno l’insito significato e la valenza politica. In tutta la
vicenda la triplice confederale si è limitata, dall’alto della
sua torre d’avorio, a sottoscrivere senza delega, senza mandato
e senza alcuna rappresentatività, accordi che i lavoratori in
lotta hanno immediatamente rinnegato, continuando nell’azione di
protesta e denunciando con forza l’indebita e non gradita
ingerenza. Si è ben reso conto della situazione il ministro per
le politiche agricole Gianni Alemanno, che ha fatto presente al
ministro Maroni “l’assoluta Consultati tutti i sindacati ma
rispunta la vecchia concertazione Governo diviso tra dialogo
sociale e concertazione necessità che convochi tutti i soggetti
del mondo sindacale per un dialogo il più ampio possibile sulla
riforma delle pensioni”.
Ci sembra questa la strada più giusta da seguire, anche perché
sarebbe davvero paradossale coinvolgere nella trattativa sulle
pensioni solo organizzazioni sindacali dalla declinante
rappresentatività che - cosa questa di primaria rilevanza - non
hanno nulla da proporre; ed escludere, per converso, una
confederazione come la nostra che le sue proposte le ha fatte da
tempo ed è disposta a discuterle e modificarle senza preclusioni
di sorta nell’interesse prioritario dei lavoratori.