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VOCE CAMERALE LUGLIO DICEMBRE 2008

 

Il ricorso disinvolto agli Swap presenta ora un conto amarissimo da pagare per Comuni, Province e Regioni

Il crollo della finanza strutturata rischia di investire gli enti locali

Fidarsi della Bibbia è meglio che fidarsi del Subprime, così il Papa Ratzingher risponde all’apertura del sinodo internazionale dei vescovi, dedicato alla sacra scrittura, evocando la solidità della parola di Dio rispetto alla rincorsa vana del denaro. La Globalizzazione dei mercati in questi ultimi due mesi si sta traducendo in una insicurezza planetaria. Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha aperto la sua relazione al Senato sulla crisi finanziaria ricordando come questa abbia origine nei “cambiamenti  strutturali che hanno caratterizzato negli ultimi anni l’Economia Globale”, nella straordinaria crescita dei Paesi emergenti accompagnata da profondi squilibri macroeconomici, influenzati da una cronica carenza di risparmio, in particolar modo negli Stati Uniti.

Le turbolenze di questi ultimi due mesi su tutti i mercati finanziari ci portano logicamente ad analizzare con particolare attenzione la effettiva funzionalità anche degli Swap, strumenti finanziari con un alto rischio, utilizzati da molti Comuni d’Italia stipulati con le banche o istituti finanziari per garantire ulteriore liquidità nelle proprie casse.

Il “guru di Omaha” Warren Buffett, il 4 marzo 2003, li definì «armi di distruzione di massa». L’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, parlandone il 24 marzo 2004 in Parlamento a proposito degli enti locali, disse che «a volte assomigliano a droghe pesanti».

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Uni- Credit Group, il 17 ottobre ha detto invece che sono «strumenti che servono per chiudere i rischi finanziari, utili e usati da tutti».

L’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha affermato che i derivati non destano preoccupazioni per i conti di Comuni, Province e Regioni. Ma quantificare i contratti venduti dalle banche per la copertura dei rischi finanziari degli enti locali – copertura reale solo se le controparti sono davvero capaci di comprendere strutture e costi dei contratti – è difficile.

Secondo il Tesoro, dal 2002 e al primo semestre 2007 sono stati circa 900 i derivati firmati da 525 enti locali (459 Comuni, 45 Province, 17 Regioni e quattro Comunità montane). Ben 151 sono stati stipulati tra gennaio e il 30 giugno scorso. A fine agosto, secondo Banca d’Italia, il mark to market (il valore di mercato alla data della rilevazione) dei derivati in tasca agli enti locali era negativo per 1,055 miliardi. Due terzi di questo valore (che non si traduce in una perdita immediata) sono in capo ai Comuni, un quarto alle Regioni e il resto alle Province. L’equilibrio tra innovazione finanziaria, autonomie locali e controllo centrale sul debito è stato un difficile obiettivo per il legislatore.

Fu la Finanziaria 2002 ad aprire agli enti locali la sottoscrizione di derivati. Il ministero dell’Economia a fine 2003 ha disciplinato le operazioni consentite. Il 27 maggio 2004, all’epoca dell’indagine parlamentare sulla finanza locale, furono date ulteriori regole ai Comuni. Infine, il collegato alla Finanziaria del 2006 ha fatto scattare una nuova, importante regola: tutti i derivati stipulati dal 2007 dagli enti locali e dalla pubblica amministrazione, per essere validi, devono venire segnalati preventivamente al Tesoro. Secondo  alcuni operatori, però, tutto ciò non basta: gli enti locali non hanno competenze e capacità per evitare sgradite sorprese, dunque serve un servizio centrale in grado di “smontare” preventivamente i contratti e definire un prezzo equo. Per almeno un quinquennio, a partire dal 2000, i contratti derivati hanno consentito alle banche di riguadagnare quei margini che le tradizionali gestioni di tesoreria delle pubbliche amministrazioni non offrivano più in un periodo di calo dei tassi.

Proprio gli swap per la rinegoziazione dei tassi d’interesse hanno aperto agli operatori privati la «riserva di caccia» costituita dal debito degli enti locali. Un debito sempre più difficile da gestire per amministratori pubblici alle prese con la progressiva stretta ai trasferimenti centrali e con i maggiori vincoli ai bilanci dovuti al Patto di stabilità.

La proposta delle banche più spregiudicate suonava come la classica quadratura del cerchio alle orecchie di sindaci e assessori: con gli Interest rate swap appariva possibile ristrutturare il debito, prolungarne la scadenza (oltre la fine del proprio mandato), abbassarne i tassi e, spesso, ottenere dalle banche un’entrata di cassa iniziale. Il tutto avveniva con delibere standard già pronte da copiare su carta intestata dei Comuni, alle quali venivano allegati elenchi di enti locali che avevano già fatto ricorso ai derivati, come testimonial della bontà del prodotto, e una liberatoria con la quale amministratori e tecnici locali si autocertificavano “operatori finanziari esperti”, in grado di comprendere appieno rischi, costi impliciti e opportunità del contratto che si accingevano a firmare. Competenze che, nella stragrande parte dei casi, erano solo sulla carta, mancando gli strumenti tecnici necessari a “smontare” e dare un prezzo equo ai derivati.

Non esistono ricerche sulle quote dei singoli operatori nel mercato dei derivati Otc venduti alla pubblica amministrazione, così come la loro evoluzione nel tempo. I dati al 31 agosto scorso sono nelle mani di Banca d’Italia che li ha presentati solo in forma aggregata. Alti dirigenti di banche internazionali, che hanno parlato sotto vincolo di anominato, hanno però individuato in una ristretta pattuglia di banche italiane ed estere i leader di questo segmento della finanza corporate. Le quote principali del mercato dei derivati agli enti locali, secondo queste fonti, fino al 2006 erano in mano a banche italiane, UniCredit e Dexia Crediop su tutte, ed estere, tra cui Merrill Lynch, Ubs, Deutsche Bank, Nomura e Barclays. Tutti nomi che sono stati coinvolti nella crisi globale in atto. Nei mesi scorsi, per ottenere la fotografia del mercato, «Il Sole-24 Ore» ha inviato un questionario a 34 banche italiane ed estere. Dopo le inchieste dei giorni scorsi condotte sui giornali e dalla trasmissione tv «Report», sono fioccati i “no comment”. Alcuni istituti, però,  hanno dimostrato maggiore trasparenza di altri. Mps, ad esempio, ha reso noto di aver attualmente attivi un centinaio di contratti. Citigroup (salvata dal governo Usa proprio negli ultimi giorni) è impegnata nella maxiristrutturazione del debito sanitario della regione Lazio. Al 31 agosto il gruppo Lehman Brothers aveva derivati con quattro tra Regioni o società controllate da enti pubblici il cui mark to market è positivo per le controparti. Natixis nel 2007 ha realizzato un’unica operazione relativa al primo bond del programma Emtn della Cassa del Trentino. Credem ha in corso un solo contratto del nazionale di 13.818 euro a favore della controparte. Il Banco Popolare, che nel 2003 aveva otto contratti con cinque enti locali e cinque con tre società pubbliche, oggi ha nove contratti con otto enti locali e 16 con nove partecipate pubbliche, per un mark to market complessivo a fine agosto di 2,1 milioni a favore dei clienti. UniCredit Banca d’Impresa a fine agosto aveva invece 295 derivati collocati a 216 fra Comuni, Province e Regioni, con un mark to market totale di 98 milioni a favore della banca. La quota di mercato di UniCredit resta forte ma è molto scesa dal 2003 quando contava 317 contratti con enti pubblici per un nazionale di 7,47 miliardi, oltre a 34 contratti con aziende pubbliche per altri 387 milioni di nazionale. Ora però la situazione sta cambiando: alcuni operatori, come UniCredit Banca d’Impresa, hanno annunciato una sostanziale virata nella strategia commerciale per il settore. Altri si sono trovati a dover fronteggiare la crisi della finanza strutturata, innescata dalla bolla dei mutui subprime Usa, e le ricadute del caso Italease. L’effetto su cartolarizzazioni e bond, privati e pubblici, incomincia a farsi sentire pesantemente anche qui da noi in Italia, quindi, un consiglio da rivolgere ai Comuni d’Italia nel caso specifico indicato all’inizio, consiste nel fatto che sarebbe opportuno rinegoziare per il periodo rimanente il contratto Swap (1 a 10 Milioni di Euro) stipulato nell’anno 2001 con scadenza 2008 riguardante tassi di interesse che lo hanno esposto al tasso variabile US Libor sull’intero indebitamento con la Cassa Depositi e Prestiti, onde evitare spiacevoli sorprese.

 

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