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VOCE CAMERALE GENNAIO 2007

 

 Viaggio nella giungla dei prezzi che potrebbe essere abbattuta del 30% almeno

di Federico De Lella*

*Direttore responsabile “Settimanale Confsal”

Messi a dura prova soprattutto i bilanci dei meno abbienti a fronte di un contenimento della spesa per medicinali attuato attraverso la leva dei ticket con il contributo crescente dei cittadini.

 

 

Con la Finanziaria 2007 gli italiani sono stati chiamati a sostenere sacrifici assai più pesanti che nel passato. Praticamente non c’è stato settore o prodotto che sia sfuggito alla vorace attenzione fiscale di un Governo dimostratosi molto attento alla politica delle entrate e assai poco sensibile a quella delle uscite.

Sia pure in maniera indiretta, anche il settore della Sanità non si è sottratto a questa perversa logica fiscale. Infatti, per far fronte al sempre più pesante passivo in cui versa la sanità pubblica, Governo e Regioni hanno raggiunto un accordo tendente a far sì che la spesa farmaceutica venga stabilizzata al 6,7 per cento del Pil per il periodo 2007-2008.

 

Questo, ovviamente, porterà ad una contrazione notevole di spesa da ottenersi attraverso i ticket ospedalieri e quelli sui medicinali, per i quali il contributo del cittadino dovrebbe attestarsi tra 1,5 e 3 euro a confezione.


Il tutto, naturalmente, andrà ad appesantire ancor più i bilanci delle famiglie e, in particolare, di quelle dei meno abbienti, che sono già al limite della sopravvivenza. Situazione, questa, drammatica ed intollerabile, che meriterebbe una ben maggiore attenzione da parte dei nostri assai poco illuminati governanti, anche perché le maggiorazioni fiscali non trovano giustificazione alcuna di fronte ad un servizio sanitario del tutto insufficiente e dai costi elevatissimi.

 

È pur vero che la situazione del settore si è notevolmente appesantita negli ultimi anni per cause strutturali oggettive quali l’invecchiamento della popolazione, la presenza di oltre due milioni di extra comunitari, l’avvento di nuove e costose tecnologie mediche, ma è anche vero che il disservizio è ormai una norma: infinite le liste di attesa, scarso il personale paramedico, macchinari antiquati o guasti, locali spesso fatiscenti o chiusi per carenza di fondi, casi di malasanità sempre più frequenti ed infine, ma non certo per ultima, la totale carenza di incentivazione economica alla ricerca scientifica.

 

Gli ospedali italiani nella quasi generalità versano in queste condizioni, tanto che è sempre più frequente il ricorso sistematico al day-hospital ovvero a quel mordi e fuggi che spesso ha conseguenze letali. Eppure il livello di spesa sul Pil in Italia è in linea con quello degli altri Paesi di Eurolandia che hanno sistemi sanitari analoghi al nostro. Così la Sanità incide sul Pil per il 6,7 per cento in Svezia e Regno Unito, del 7 per cento in Francia e del 5,5 per cento in Germania.

 

 

E il servizio che viene offerto ai cittadini è di adeguata qualità per un Paese civile del terzo millennio.

In Italia, per la manifesta incapacità operativa dei nostri politici, così non avviene. Eppure, con la necessaria responsabilità e con una maggiore sensibilità, molto si potrebbe fare di positivo sia per risanare il settore che per mitigare un’imposizione fiscale sulle prestazioni che è ormai insostenibile.

Per far ciò bisogna contrastare con forza quell’anomalia perversa, ormai radicata da tempo nel nostro Paese – se anomalia si può definire, trattandosi di un autentico e indebito profitto – che è stata denunciata dal Presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, il quale sostiene, dati alla mano, che in Italia i prezzi dei medicinali sono i più alti d’Europa e potrebbero essere ridotti di almeno il 30 per cento se solo si facesse un massiccio ricorso ai farmaci generici, che sono in tutto e per tutto uguali a quelli per così dire “griffati”.

Ne trarrebbero enorme beneficio sia il Servizio Sanitario Nazionale che i cittadini tutti.

 

Il risparmio per l’erario sarebbe certamente di svariati miliardi di euro che potrebbero essere utilizzati per rendere il servizio sanitario all’altezza di un Paese di antica civiltà qual è il nostro.

E quale migliore occasione, sostiene sempre Catricalà, di quella dell’attuale Finanziaria, che contiene tutto e il contrario di tutto? Basterebbe un unico e semplicissimo articolo della stessa per sancire l’obbligo da parte dei medici di prescrivere solo farmaci generici, tranne che in particolarissimi casi.

Il provvedimento sarebbe a costo zero e apporterebbe solo benefici, specialmente alle esangui casse dello Stato. Ma poiché, almeno per ora, non vi è alcun cenno nella Finanziaria di un simile provvedimento, vi è da chiedersi se sussiste la volontà politica di porlo in essere.

 

L’ostacolo è dato certamente dai molteplici e trasversali interessi che gravitano sul settore della Sanità, dalla longa manus delle case farmaceutiche nazionali e specialmente multinazionali, dai farmacisti che vedrebbero ridurre il loro margine di guadagno, dai grossisti di medicinali la cui funzione verrebbe automaticamente assai ridimensionata.

 

Tutto questo, tuttavia, non dovrebbe rappresentare un impedimento per un Parlamento che si adoperi nell’esclusivo interesse dei cittadini. Pertanto essere fiduciosi è d’obbligo.

Accantonate almeno per un momento le sterili e pretestuose diatribe sul sesso degli angeli e le contrapposizioni ideologiche ormai fondate sul nulla, il Parlamento troverà di certo il tempo per affrontare il problema sanità e risolverlo almeno in parte.

 

Del resto la strada è tracciata, basta solo percorrerla. È l’auspicio di tutti.

 

 

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